Come crescere mille volte al giorno

Come crescere mille volte al giorno

C’è un modo per sfruttare ogni occasione possibile per evolvere spiritualmente? È possibile trasformare la propria vita in un percorso continuo di crescita? Si può adottare un atteggiamento tale da sciogliere il proprio ego ogni singolo istante? Come si può crescere non dieci, non cento, ma mille volte al giorno? Qual è l’approccio vincente per diventare dei guerrieri spirituali inesorabilmente indirizzati verso il risveglio? In questo articolo vedremo proprio che cosa fare per crescere mille volte al giorno. Potresti pensare che sia un obiettivo ambizioso. E invece è possibile crescere ogni singolo istante, ogni singolo momento. La tua vita può diventare un processo continuo di apprendimento di lezioni.

Una delle cose più importanti (se non la più importante) che dovremmo imparare fin da quando siamo bambini è che la Terra è un pianeta-scuola. Le anime si incarnano sulla Terra con lo scopo di evolversi. La Terra è forse il luogo in assoluto più adeguato per la crescita, per via delle sue condizioni favorevoli alla purificazione e alla dissoluzione dell’ego. Ciò è dovuto a un perfetto intreccio di luce e ombra, al clamoroso dualismo degli opposti e all’aspetto purgatoriale della Terra. Il mondo è perfetto così com’è: la presenza del male è necessaria per far emergere il bene e farlo trionfare. C’è infatti un disegno divino di incommensurabile bellezza dietro l’apparente abominio che si consuma. Il fatto è che non abbiamo occhi per vedere. Il dualismo di luce e ombra è fondamentale per permettere alla Coscienza di tornare in sé stessa.

E l’aspetto purgatoriale della Terra la rende un pianeta perfetto per sciogliere il nostro ego e purificare il nostro subconscio da tutta la negatività.

Come crescere mille volte al giorno

La Terra è quindi il pianeta perfetto per crescere almeno mille volte al giorno. Ma che cosa bisogna fare per approfittare al massimo delle opportunità di crescita offerte dalla Terra? Essenzialmente, dobbiamo sviluppare l’atteggiamento giusto. Tale atteggiamento deve avere alla base l’intenzione di votarci all’Amore, per suggellare la nostra scelta di smettere di servire l’ego per dedicarci al ritorno all’Uno. Dobbiamo sviluppare un’intenzione molto potente, con tutto il nostro cuore e tutte le nostre forze. In questo modo la sola intenzione farà già gran parte del lavoro. Si apriranno davanti a noi possibilità di crescita sempre più grandi e più frequenti. E nel giro di poco tempo potremo assistere al susseguirsi continuo di miracoli dentro di noi (e talvolta anche fuori). Se ci votiamo all’Amore, la guida stessa dell’Amore si spalanca di fronte a noi.

Se sceglieremo l’Amore, inizieranno in breve tempo a manifestarsi le occasioni di crescita. In pratica, il fuoco dell’Amore inizierà a bruciare il nostro ego. E mentre ciò succede, le varie ombre dell’ego emergeranno dal nostro subconscio per essere portate alla luce dell’Amore. A quel punto, noi potremo scegliere se voltare la faccia all’Amore per farci spaventare dai nostri mostri, proiettandoli all’esterno, credendoli reali e cadendo nell’illusione oppure farci guidare dall’Amore, rimanendo come spettatori e lasciando semplicemente andare ogni attaccamento e resistenza, mentre il fuoco dell’Amore fa il lavoro di “bruciare” l’ego. E mentre l’ego brucia, dovremo rimanere centrati nell’Amore, lasciando andare la tentazione di credere che la sua agonia, la sua paura, la sua angoscia siano nostre.

Ricorda infatti che l’ego può nutrirsi solo dell’energia che gli dai tramite la tua identificazione.

Ego vs amore

La nostra mente può compiere solamente due scelte: può decidere di mantenere viva l’illusione della separazione e del sistema dell’ego oppure può sciogliere l’illusione unendosi all’Amore e facendosi guidare da esso. La maggior parte degli esseri umani sceglie l’ego e quindi la sofferenza come strada di evoluzione o, meglio, di non evoluzione. Scegliere l’ego ci tiene infatti imprigionati nel sogno e la Terra diventa una psicoprigione senza sbarre. E l’unica forza che ci costringe a evolverci contro la nostra volontà è il fuoco della sofferenza, che può essere considerata come il rimedio in extremis per “salvare” anche coloro che non hanno alcun desiderio di uscire dalla trappola planetaria. Una piccola parte degli esseri umani sceglie l’Amore e decide di sciogliere il proprio ego.

La scelta dell’Amore è l’unica che garantisce pace e soddisfazione. Quando scegliamo l’Amore, la Presenza divina si manifesta e si dispiega con crescente potenza e intensità, facendo traboccare il nostro cuore di dolcezza e gioia. Ma com’è che questa semplice scelta permette di crescere persino mille volte al giorno? L’idea è che, scegliendo l’Amore, il suo fuoco inizia a sciogliere i meccanismi dell’ego anche oltre la nostra volontà cosciente, poiché la nostra resa fa sì che accettiamo con fiducia che l’Amore farà il lavoro per noi. Nel frattempo, l’Amore fa emergere alla luce della consapevolezza le nostre ombre, lasciandoci liberi di scioglierle oppure di rimanerne attaccati. In questo modo praticamente in ogni momento si apre un bivio: scegliere l’ego oppure l’Amore.

Affrontare il bivio

Più la nostra dedizione spirituale è intensa e profonda, più frequentemente si apriranno davanti a noi dei bivi. Emergerà la negatività sepolta nel nostro subconscio, legata al sistema dell’ego, e noi potremmo scegliere se lasciarla andare oppure conservarla dentro di noi per paura o perché crediamo di non potercela fare. E ogni volta che tentenneremo, dovremo rinsaldare il nostro giuramento di fedeltà all’Amore, per radicarci più profondamente nel nostro cuore. Dobbiamo ricordare che l’unica strada per la pace e la liberazione è quella dell’Amore, per cui dovremo essere disposti a sacrificare le nostre certezze e le nostre credenze in nome della vera felicità e sicurezza dell’Amore.

A un certo punto ci accorgeremo che scegliere anche una sola volta l’ego è fonte di miseria, per cui saremo abbastanza vigili da scegliere ogni volta l’Amore. Ogni volta che sbagliamo, abbiamo la possibilità di compiere un’altra scelta. Infatti l’Amore è incondizionato e non ci volta mai le spalle: se soffriamo a causa di una scelta sbagliata, possiamo rimediare immediatamente, senza dover attendere punizioni o ulteriore sofferenza. Infatti le punizioni e la sofferenza sono solamente una conseguenza di un errore, sono causate da noi e non sono mandate da nessuno. Nessuno ci costringe a soffrire: solo noi possiamo scegliere la sofferenza perché siamo impauriti dall’Amore.

Crescere mille volte al giorno: due strade complementari

Crescere mille volte al giorno è possibile. Infatti il fuoco dell’Amore porterà alla luce tantissime ombre da lasciar andare praticamente in ogni istante. E il modo migliore per crescere mille volte al giorno consiste proprio nell’arrendersi alla forza dell’Amore e lasciare che in esso si dissolvano i nostri demoni. Per fare questo possiamo sia “lavorare insieme” all’Amore, guardando le sue ombre alla sua Presenza, portando la luce della consapevolezza su di esse mentre emergono nel momento presente. Oppure possiamo affidarci totalmente all’Amore, lasciando che le ombre emergano da sole e siano sciolte direttamente dall’Amore, mentre noi ignoriamo la mente e non ci facciamo assorbire da essa.

Si tratta in realtà di due soluzioni complementari. In entrambi i casi non c’è nessun io che svolge il lavoro: è il campo di energia dell’Amore e della consapevolezza a dissolvere la negatività. Noi possiamo scegliere se interessarci al processo di scioglimento (pur senza rimanere intrappolati nelle forme mentali e nelle proiezioni) oppure affidarci completamente, rimanendo completamente nella pace dell’Essere e confidando nella forza dell’Amore. Ad esempio, possiamo decidere di guardare con attenzione una nostra paura profonda oppure, se non ce la sentiamo, possiamo lasciare che sia l’Amore a prendersi cura della paura e di trasmutarla in consapevolezza. In ogni caso, non affrontiamo la paura direttamente, poiché essa è solamente una proiezione mentale, ma portiamo la paura alla luce dell’Amore.

La tua crescita è direttamente proporzionale al livello di pace che senti dentro di te

L’unico modo per “valutare” la nostra crescita è sentire la pace dentro di noi. Quanta più pace avvertiamo, tanto più stiamo progredendo spiritualmente. La pace è la nostra guida: se ci sentiamo in pace dopo una scelta, significa che abbiamo scelto bene. Dobbiamo solamente stare attenti a non confondere la pace con il sollievo dell’ego: in molti casi dopo una scelta ci sentiamo sollevati, ma possiamo comunque notare un certo senso di contrazione. La pace che viene dallo scegliere l’Amore è perfetta e completa, non un falso senso di sollievo. Dobbiamo imparare a fidarci della pace e dell’Amore nello scegliere: non dobbiamo fidarci della nostra mente.

Infatti la nostra mente ha delle idee su che cosa sia giusto o sbagliato, in base a razionalizzazioni, condizionamenti e convinzioni. Ma dobbiamo portare alla luce dell’Amore anche tali credenze e idee. Scegliere l’Amore significa infatti lasciar andare il carico mentale di concetti e convinzioni. E dobbiamo arrendere le nostre percezioni in modo che siano rinnovate dalla visione dell’Amore. Dobbiamo ammettere che non sappiamo nulla, ma proprio nulla, e vivere in uno stato di incertezza per affidarci alle intuizioni che di volta in volta ci verranno offerte dall’Amore.

Non sappiamo nulla di niente e niente di nulla

Non sappiamo proprio niente, né di alimentazione, né di salute, né di felicità, né di sicurezza, né di bene e male… Una delle conseguenze più radicali di scegliere l’Amore implica che smettiamo di credere al medico, allo psicologo, al telegiornale, alla nostra mente, ai nostri famigliari, al datore di lavoro per fidarci solamente dell’Amore. Tutte le nostre convinzioni devono essere smantellate e sgretolate. Non possiamo conservare nessuna credenza che non sia illuminata dalla luce dell’Amore. E per fare questo dobbiamo ripulire completamente la nostra mente. Ciò può fare paura, ma è l’unico modo per eliminare ogni programma e quindi ogni condizionamento. Infatti ogni programma è un limite alla felicità e alla pace.

La necessità di fidarsi del mondo nasce solamente dal bisogno dell’ego di sopravvivere. E ha anche un valore dal punto di vista pratico. Ma in ogni caso dobbiamo cercare di smantellare completamente il nostro bagaglio di credenze. Infatti solamente una mente pura può accedere al regno senza forma. La mente è un enorme ostacolo quando è riempita di preconcetti. E con preconcetti non si intendono solamente le credenze più banali, ma ogni singola convinzione, compresa quella che mangiare troppi dolci fa male o che le malattie siano causate da batteri e virus… Infatti anche ciò che consideriamo scientifico si basa prevalentemente sull’abitudine e sulla credenza dovuta alla ripetizione. Quindi non c’è nulla di certo nel mondo della forma, compreso ciò che appare come scontato e ovvio.

L’atteggiamento vincente per crescere mille volte al giorno

L’atteggiamento vincente per crescere mille volte al giorno è dunque un approccio contemplativo all’esistenza. Esso consiste per l’appunto nell’arrendere e lasciar andare ogni pensiero, emozione e sensazione che sorge nel campo della nostra consapevolezza, mentre noi ci “immergiamo” nel campo. Dobbiamo avere l’umiltà di ammettere che non sappiamo niente e che tutto ciò che si trova nel nostro subconscio serve solamente a sostenere il sistema dell’ego, per cui dobbiamo lasciarlo andare. Ovviamente, dobbiamo fare ciò solamente se abbiamo una genuina volontà di crescere. Infatti l’idea di arrendere tutto il nostro subconscio all’Amore richiede coraggio e l’assunzione totale di responsabilità per ciò che si sta facendo.

Lasciar andare non è uno scherzo: farlo seriamente significa eliminare in modo definitivo i programmi del nostro subconscio, a nostro rischio e pericolo. Ovviamente il rischio è solamente per l’ego, poiché noi potremo trovare solamente pace facendo questo. Eppure se torniamo a identificarci con l’ego potremo rimanere impauriti. Quindi dobbiamo sapere che cosa stiamo facendo. In ogni caso, dentro di noi c’è un enorme potere: quello di arrendere tutto, compresa la nostra esistenza.

In ogni momento c’è qualcosa da lasciar andare

L’idea di crescere mille volte al giorno non è un’esagerazione: se è vero che possiamo evolverci spiritualmente lasciando andare tutto ciò che emerge nella nostra consapevolezza, possiamo rapidamente renderci conto che in ogni momento c’è qualcosa da lasciar andare e quindi si spalanca di fronte a noi un’opportunità di crescita. E ciò è davvero eccitante e meraviglioso. All’inizio magari vedremo solo le cose più grosse oppure quelle più superficiali e non riusciremo nemmeno a lasciarle andare completamente. Con il tempo, riusciremo a lasciar andare sempre più cose, in modo più completo e potente. E ci accorgeremo che praticamente in ogni istante possiamo fare un passo avanti.

Se siamo abbastanza presenti, possiamo notare che nella nostra mente emergono in continuazione pensieri, emozioni e sensazioni. Solitamente ne veniamo assorbiti. Ma se vogliamo possiamo diventarne consapevoli e lasciarli andare. Tutto dipende dalla qualità della nostra attenzione, ovvero dalla nostra disposizione a osservare oppure a identificarci. E dipende soprattutto dalla nostra intenzione di arrenderci all’Amore e lasciar andare tutto nelle sue mani. Inizialmente sembra che dobbiamo fare uno sforzo per arrendere i nostri attaccamenti e le nostre resistenze, ma con il tempo ci arrenderemo alla Presenza dell’Amore e lasceremo che ogni cosa affondi in essa.

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Come trovare la motivazione per lavorare su di sé

Come trovare la motivazione per lavorare su di sé

Come trovare la motivazione per lavorare su di sé per evolvere in modo rapido, in un mondo frenetico e in cui sembra mancare il tempo? Si può sviluppare un fuoco di passione ed entusiasmo in modo da crescere velocemente e addirittura nella gioia, invece che essere spinti a evolversi dalla sofferenza? E come si può far crescere dentro di sé questa fiamma bruciante, in modo che la sola idea di lavorare su di sé faccia battere forte il cuore? C’è un modo per rendere il lavoro su di sé la priorità della propria vita nonostante tutti gli impegni e le sfide della quotidianità? Come si può trovare un equilibrio tra spiritualità e materialità? E si può crescere nella serenità, con la forza dell’intenzione piuttosto che essere costretti a trasformare sempre piombo, per arrivare direttamente all’oro?

Trovare la motivazione per lavorare seriamente su di sé è possibile. Ed è possibile rendere il lavoro su di sé la propria ragione di vita. In questo articolo vedremo come si può realizzare questo grande obiettivo. Trovare la motivazione per fare qualunque cosa non è semplice. Ci sono numerosi ostacoli che ci portano a procrastinare, sviluppare intenzioni poco chiare e poco risolute, impegnarci in modo superficiale, abbandonare il nostro percorso, prenderlo poco sul serio, viverlo in modo ossessivo, motivarci con la forza dell’imposizione invece che con quella dell’amore, tormentarci con i risultati invece che goderci il viaggio. Per essere davvero motivati a lavorare su di sé è necessaria una dose piuttosto nutrita di motivazione, per cui dobbiamo eliminare ogni ostacolo e trovare il modo di alimentare un fuoco di entusiasmo dentro di noi che non ci lasci immediatamente.

Come trovare la motivazione per lavorare su di sé

L’incapacità di motivarci profondamente a lavorare su di noi è la ragione numero uno per cui non raggiungiamo gli obiettivi che ci siamo proposti e per cui ci sembra di rimanere sempre fermi allo stesso punto. Se dunque ritieni di essere arrivato a un punto di stallo, questo articolo potrebbe esserti utile per aiutarti a ritrovare la motivazione per non demordere e addirittura ricominciare ad avanzare rapidamente sul tuo percorso di crescita. Trovare una motivazione davvero profonda e intensa per lavorare su di sé è piuttosto difficile in quanto la capacità di motivarsi è proprio uno dei risultati che si ottengono nel lavorare su di sé! Quindi ci troviamo di fronte a un circolo vizioso: se vuoi lavorare su di te devi prima motivarti, ma se vuoi motivarti devi prima lavorare su di te!

E a questo punto come facciamo? C’è sicuramente un modo per bruciare di passione ed entusiasmo anche senza aver lavorato su di sé. Sì, il modo c’è e parleremo proprio di questo. Ovviamente seguire questi consigli sarà più facile se avrai già iniziato a svolgere un percorso spirituale. Ma in caso stia partendo dall’inizio, ho una buona notizia per te: puoi ugualmente usufruire di questi suggerimenti. Anzi, se sei all’inizio del percorso, potrai risparmiarti un sacco di tempo e di fatica, poiché potrai evitare gli errori e gli ostacoli di cui ti parlerò nei prossimi paragrafi. Solitamente infatti il lavoro su di sé presenta numerosi ostacoli, che io stesso ho incontrato in prima persona e che vorrei condividere con te in modo da aiutarti a identificarli se ne sei vittima o a evitarli in futuro nel caso in cui non si siano ancora presentati.

Crescere in modo rapido è possibile

In questo modo potrai abbreviare notevolmente il tuo percorso di crescita. Infatti non c’è nessun motivo per stare anni e anni a lavorare sulle stesse cose per avere dei progressi lentissimi. In verità l’evoluzione spirituale non segue un processo lineare e quindi non ha a che fare con il tempo. I guru illuminati dicono che per raggiungere l’Illuminazione non ci vuole assolutamente nulla e ci si potrebbe illuminare in qualunque momento, se solo si avesse il coraggio e la capacità di guardare in profondità per uscire fuori dal tempo e dall’illusione dell’ego. Ma il 99% delle persone non riesce a usufruire di tale insegnamento, perché la nostra mente ci convince che non siamo già illuminati e che dobbiamo fare qualcosa di straordinario o raggiungere qualcosa di assurdo, e ci manipola con una serie lunghissima di credenze limitanti, pensieri, razionalizzazioni…

In ogni caso, se è vero che illuminarsi da un istante all’altro può essere un’impresa per via dell’inganno che la mente gioca su di te, puoi in ogni caso intraprendere un percorso che ti conduca velocemente a risultati inimmaginabili. Il fatto di non illuminarsi da un momento all’altro non ti impedisce infatti di crescere in maniera rapida e veloce! Infatti ti dico una cosa per la quale posso fare da garante: la crescita spirituale non dipende dal tempo, ma dall’intensità della tua dedizione spirituale, cioè dalla volontà con cui vuoi evolverti a tutti i costi, dal fuoco di passione che brucia dentro di te e dalla disponibilità a farti guidare in modo diretto da un’intenzione precisa e focalizzata. In altre parole, dipende da quanto sei un “laser” disposto a tutto pur di raggiungere il tuo obiettivo. Ma come si diventa un laser?

Come diventare un laser per trovare la motivazione per lavorare su di sé

I grandi campioni delle varie discipline hanno un’unica ossessione: diventare i migliori nel loro campo. E per fare questo si focalizzano unicamente sul loro obiettivo, mettendo in secondo piano tutto il resto. Allo stesso modo, se vuoi trovare la motivazione per lavorare su di te e ottenere risultati incredibili in poco tempo, devi puntare al massimo, concentrandosi unicamente sul lavoro su di te. Ciò ovviamente non significa ritirarti improvvisamente a vita privata per dedicarti a meditare tutto il giorno o a svolgere continuamente pratiche spirituali. Il punto non è questo. Il lavoro su di sé infatti non dev’essere al centro delle tue azioni (in parte anche quello, ma questo lo vedremo meglio dopo), ma al centro della tua mente. La crescita spirituale deriva innanzitutto da un’attitudine mentale, è un atteggiamento.

Questo è fondamentale da capire. Infatti il lavoro su di sé è qualcosa di molto sottile. Si tratta prevalentemente di un lavoro di osservazione e consapevolezza, praticamente invisibile. Eppure può portare a risultati straordinari. Ma che cosa serve per arrivare a tali risultati incredibili? Serve, per l’appunto, la giusta predisposizione mentale. Tale predisposizione mentale consiste innanzitutto nel portare nella tua mente solamente l’intenzione di crescere spiritualmente. Essa deve essere il tuo unico pensiero fisso, la tua ossessione. Ovviamente mi riferisco a ossessione in senso positivo, non come tendenza ruminativa del cervello, ma come focalizzazione sul tuo scopo. L’idea è quella di mantenere il tuo focus indirizzato come un laser sull’obiettivo di evolvere spiritualmente.

Focalizzati su un solo obiettivo

Come si fa a focalizzarsi su una sola cosa, mentre ci sono mille altre cose da fare, da gestire, mille problemi e sfide? Questo è il grande problema. Ma non disperare: c’è una soluzione pure a ciò. Essenzialmente, stiamo dicendo che il lavoro su di te deve diventare la tua ragione di vita. E per fare questo devi compiere un lavoro iniziale con cui “fissi” nella tua mente la tua intenzione, gli obiettivi che vuoi raggiungere, i risultati straordinari a cui tendere. E a questo scopo il modo più efficace che ho sperimentato è usare un diario. In breve, ciò che devi fare è prendere un diario cartaceo o digitale, aprire la pagina della data di oggi e fissare in modo chiaro il tuo obiettivo. Qual è il tuo obiettivo?

Ovviamente è risvegliarti più rapidamente che puoi oppure ottenere fantastici risultati nel lavoro su di te o ancora evolverti spiritualmente alla velocità della luce. Una volta che hai selezionato uno di questi tre obiettivi o uno più simile, sii più chiaro in merito a ciò che vuoi raggiungere. Specifica cioè degli obiettivi meno generali. Ad esempio, puoi elencare cinque punti come questi:

  1. voglio trovare la pace interiore;
  2. desidero riempirmi di amore;
  3. voglio attrarre abbondanza nella mia vita;
  4. desidero diventare padrone della mia mente;
  5. voglio diventare maestro nella gestione delle mie emozioni.

Potresti pensare che si tratta di obiettivi troppo elevati. Eppure fissare obiettivi così alti è molto, molto più efficace nel riempirci di entusiasmo e passione. Siamo molto più bravi a perseguire grandi sogni piuttosto che piccole task. In ogni caso, puoi usare la tua creatività per selezionare obiettivi ancora più chiari e specifici, meno generali e più centrati.

Visualizza il tuo obiettivo

Ma ti consiglio sempre di non esagerare con gli elenchi e di non essere troppo specifico, in modo da non perdere il focus sul tuo obiettivo principale. Gli stessi obiettivi che stanno sotto l’obiettivo prioritario (per capirci: i cinque punti che ti ho offerto sopra come esempio) non devono rappresentare una distrazione, ma solo un coronamento dello scopo numero uno. In altre parole, l’unica intenzione che dovrai mantenere in mente sarà quella di evolverti spiritualmente. Ma allo stesso tempo non dovrai ignorare i “sotto-obiettivi”, poiché la mente ha bisogno di lavorare su qualcosa di specifico per fare progressi. In ogni caso, cerca di semplificare il più possibile, in modo da non creare distrazioni e soprattutto per evitare di rendere meno potente il focus.

Ricorda: chi raggiunge grandi obiettivi si pone una sola intenzione in mente e si dedica a essa da quando si sveglia a quando va a letto. Ciò che devi fare una volta fissato l’obiettivo è farlo penetrare profondamente nel tuo subconscio. Per questo scopo puoi usare il potere della tua immaginazione e della visualizzazione: immagina come sarai una volta che sarai pieno di amore, di pace, abbondanza… Immagina come sarai una volta che avrai realizzato tutti gli obiettivi che ti sei posto. Stai attento però a non proiettare nel futuro il tuo sé: immagina di essere ora quell’individuo ideale che stai dipingendo con la mente. Ciò renderà molto più forte e potente la tua intenzione, poiché costringerà la tua mente a credere di stare già vivendo quella situazione. Vivi le scene emotivamente, per alimentare la passione e l’entusiasmo per ciò che farai.

Diventa tutt’uno con la tua intenzione

Idealmente, dovresti visualizzare il tuo obiettivo ogni volta che puoi. In particolare, dovresti farlo quando la tua mente è rilassata e serena, in particolar modo poco prima di addormentarti. Ti serve solo un po’ di forza di volontà per combattere la pigrizia che ti impone di procrastinare la visualizzazione o non farla proprio. Quando non vuoi visualizzare, quello è il momento opportuno per farlo. Se anche non decidi di visualizzare il tuo obiettivo, devi comunque focalizzarti intensamente su di esso, magari rileggendo il diario ogni volta che puoi. Ogni volta che lo rileggi, puoi arricchirlo di dettagli, chiarire i tuoi obiettivi, fare alcuni cambiamenti o precisazioni. In questo modo il tuo focus diventa più tagliente e concentrato.

Non importa esattamente che cosa tu faccia: ciò che è indispensabile è che tu faccia tutto il possibile per diventare tutt’uno con la tua intenzione e farla sedimentare nel tuo subconscio in modo così profondo da renderla la tua ragione di vita. Ovviamente, devi fare ciò solo se sei davvero disposto a evolverti rapidamente e ottenere risultati seri nel lavoro su di te. Dico questo perché in molti casi fissiamo degli obiettivi affascinati dai benefici che potremmo raggiungere; siamo come fulminati dall’impatto delle potenzialità che si schiudono di fronte a noi, e vediamo i risultati ma ci scoraggiamo ogni volta che pensiamo a tutto il viaggio che dovremmo compiere. Se ci facciamo preoccupare dal percorso, significa che non siamo abbastanza interessati a cambiare e in fondo preferiamo la nostra situazione attuale!

La prima grande difficoltà: devi essere disposto a tutto

E qui ci troviamo di fronte al primo ostacolo del lavoro su di sé: sei davvero disposto a lasciarti alle spalle la tua vita? Sei disposto davvero a fare eventuali rivoluzioni nella tua esistenza (dico eventuali perché non è detto che debba cambiare nulla all’esterno, ma in molti casi potresti ritrovarti a dover fare cambiamenti repentini e radicali nella tua vita)? Sei disposto a navigare nell’incertezza e a smettere di aggrapparti alle certezze che avevi sempre ritenuto indiscutibili? E sei disposto a vedere le tue credenze sgretolarsi per lasciare posto a un “vuoto” spaventoso (per quanto tale vuoto sia in realtà la pienezza della pace e dell’amore)? Sei disposto a lasciarti alle spalle amicizie del passato, a cambiare abitudini, a cambiare le persone che frequenti, a diventare “strano” agli occhi della gente?

E sei disposto ad affrontare una crisi senza sapere dove appoggiarti, dove aggrapparti, a chi chiedere aiuto? Non ti voglio spaventare, ma la ragione per cui lavorare su di sé è difficile è che ci costringe ad abbandonare le nostre certezze e se non lo sappiamo rischiamo di finire nel caos. Ovviamente finiremo nel caos solo nella misura in cui saremo attaccati al nostro passato, alla nostra identità e alla nostra vita di un tempo. Non possiamo nascondere che ottenere risultati straordinari nella propria vita implichi dei cambiamenti imprevedibili, in parte all’esterno, ma soprattutto all’interno di sé, con conseguenze ignote. A dire il vero, lavorare su di sé serve proprio a gestire l’ansia, ad affrontare il caos e a superare la paura dell’ignoto. Ma sei davvero disposto a tutto questo?

Il secondo ostacolo a trovare la motivazione per lavorare su di sé: la paura dell’ignoto

Come vedi, l’idea di affrontare l’ignoto ci spaventa. Infatti la nostra mente è fatta per sopravvivere, non per crescere. Dentro di noi c’è un’innata tendenza a rimanere nel comfort, per quanto esso sia in fondo piuttosto doloroso. Ma l’ego preferisce una comoda sofferenza rispetto a una scomoda crescita. L’ego non vuole vivere nel benessere, ma vuole semplicemente sopravvivere, per cui è “tarato” per questo. Quindi se vogliamo crescere dobbiamo in qualche modo “resettare” il nostro sistema interno e “hackerarlo”. E ciò può spaventare ancora di più. Dopotutto, l’idea di riprogrammare un computer (in particolare se questo computer è la nostra mente) non ci lascia pieni di entusiasmo. Piuttosto, ci lascia con l’amaro in bocca e un senso di ansia e angoscia che emerge dal basso ventre e come un demone inizia a possedere tutto il nostro essere.

Eppure ti dico una cosa che può consolarti: la paura dell’ignoto è solamente una paura ancestrale, per cui puoi tranquillamente ignorarla. Fai finta che non esista, o meglio: sappi che a essere impaurito, sconvolto e pieno di ansia non sei tu, ma la bestia che è dentro di te. Se vuoi addomesticare la tua bestia, devi smettere di credere alle sue mosse e identificarti con la sua “animalità”. Se quando lavori su di te ti viene improvvisamente paura, angoscia o depressione e non riesci a identificarne la causa, non preoccuparti: molto probabilmente è l’agonia del tuo ego, e per quanto dolorosa possa essere non può in realtà farti nulla di male. Forse ti sto spaventando ulteriormente… ma se vuoi davvero crescere velocemente, devi essere disposto anche a fare i conti con questo!

Il vero e unico rimedio alle angosce e alle paure per trovare la motivazione per lavorare su di sé

Non si può nascondere che evoluzione spirituale significa saltare nel vuoto. Infatti devi lasciarti dietro la tua vecchia identità senza sapere a che cosa stai andando incontro, e potresti temere di andare verso la dissoluzione, in un vuoto cosmico e pieno di angoscia. Fortunatamente, dopo i primi due orrendi ostacoli, arriva la prima soluzione: puoi aggrapparti a un’unica certezza, che è stabile e indistruttibile, molto più delle false certezze dell’ego (che per l’appunto ti offrono soltanto un falso senso di sicurezza). Qual è quest’unica certezza? Ovviamente è la tua coscienza, la tua sensazione di esistere, la tua presenza consapevole. Essa infatti è indubitabile, colta intuitivamente, sempre presente, senza limiti né forma, per cui puoi affidarti completamente a essa senza alcuna paura.

Anzi, non puoi, ma devi, infatti è ovvio che sciogliere la propria identità passata senza costruire un centro dentro di sé (trovi tutto qui) può non essere tanto sicuro. Se smetti di essere chi sei sempre stato e non sai chi sei, ciò può davvero portarti nel vuoto, e non è questo ciò che vuoi. Per questo è fondamentale coltivare la presenza, ricordarti di te e scoprire chi sei veramente. Anzi, è bene che ti identifichi il prima possibile con la tua vera essenza, in modo da centrarti in modo sicuro e radicarti nel tuo vero Sé prima di essere “divorato” da sfide o paure troppo grandi. Ovviamente, anche tali paure sono false, ma se puoi evitare terrore inutile e gratuito, è conveniente essere prudenti: va bene essere disposti a tutto, ma ciò non significa essere completamente spericolati! Dopotutto non è una gara!

Il terzo ostacolo per trovare la motivazione per lavorare su di sé: la negatività della mente

Per trovare la motivazione per lavorare su di sé è necessario essere consapevoli dei rischi e delle sfide che ciò pone, ma allo stesso tempo non rimanere impantanati nell’idea che gli ostacoli saranno impossibili da affrontare. E qui subentra un altro ostacolo: la tendenza della mente a focalizzarsi sulle difficoltà invece che sui benefici finali e, soprattutto, sulla bellezza del percorso. La mente solitamente si “gasa” all’idea che lavorando su di sé potrà ottenere la pace, la vera felicità e l’amore, l’abbondanza e la vita dei propri sogni. Ma la motivazione dura poco poiché presto la mente si rende conto di che cosa dovrà affrontare. In realtà, la mente non ha idea di come sarà il percorso, ma inizia a immaginare quanto sarà difficile e doloroso e che forse non varrà la pena di faticare per raggiungere risultati che poi non sono nemmeno tanto sicuri o appetibili.

Dopotutto – dice la mente – che cosa sarà mai la pace dell’Essere o l’Illuminazione? E poi – continua la mente – non sto poi così male, e se sto male posso trovare strade più semplici. E dicendo così torna alla stessa vita di sempre, magari dando ogni tanto qualche occhiata a un video di crescita personale o spiritualità, per poi dimenticarsi di tutto in poco tempo. Così l’entusiasmo iniziale scema nel giro di poche ore o pochi giorni, facendoci tornare alla stessa grigia routine. Per evitare questo grande ostacolo, è necessario che ti renda conto di come la mente ti mente completamente: infatti non sa per nulla come sarà il percorso. A dire il vero, lavorare su di sé è (o almeno può essere) il viaggio più gratificante della propria vita. Sì, dico bene: non sono solo i risultati a essere meravigliosi, ma lo stesso percorso è davvero affascinante.

I rimedi alla negatività della mente

Qual è il rimedio alla negatività della mente? Ovviamente è controbilanciare la negatività che emerge automaticamente come reazione inconscia con altrettanta positività. Se la mente ti scoraggia dicendo che non potrai mai affrontare una tua paura, tu lascia andare quel pensiero, riconoscendone la falsità, e scegli di far entrare nella mente un pensiero positivo. Ad esempio, puoi dirti che in fondo tutte le paure sono illusioni e che anche se ora non ti sembra così, ci sarà un momento in cui vedrai chiaramente tale verità e potrai liberarti finalmente della tua paura. Devi smettere di credere alla tua mente, ai suoi giochi di potere e ai suoi inganni.

Oltre a nutrirti da solo di positività, puoi servirti di un amico o una persona che ha già affrontato un percorso spirituale e ha raggiunto un ottimo livello, per cui può motivarti, sciogliere i tuoi dubbi e le tue angosce, dissipare le tue paure e aiutarti a superare i tuoi blocchi. Inoltre, puoi cercare di consumare materiale di spiritualità che sia motivante e non deprimente. In breve, non ti consiglio di leggere o ascoltare video che risvegliano le tue angosce, che parlano di crisi e paure, mostri interiori e sfide, ma di nutrirti di messaggi positivi che ti aiutino ad affrontare gli ostacoli che si presenteranno sul tuo percorso. Ancora, puoi nutrire la tua mente e il tuo cuore di positività e gioia, magari ascoltando musica spirituale, pregando o contemplando la Bellezza.

Coltivare emozioni superiori per evolvere nella gioia

In particolare, se vuoi evolvere rapidamente, è davvero straordinario provare e coltivare emozioni superiori (puoi approfondire qui al riguardo). Infatti un solo momento di commozione può valere come mesi o addirittura anni di lavoro su di sé. In particolare, provare una sola emozione superiore è molto più potente di trasmutare lentamente il piombo delle emozioni inferiori. Personalmente, ho vissuto un’evoluzione rapidissima nel momento in cui ho smesso di pensare a trasformare piombo, piombo e piombo per iniziare a scegliere una strada più gioiosa. In particolare, ho ascoltato musica spirituale mentre pregavo intensamente in un atto di resa affinché fosse aperto il mio cuore e mentre contemplavo la bellezza della musica, sciogliendomi in uno stato emozionale superiore di pace e gioia.

Per entrare in uno stato superiore di fronte alla bellezza è solamente necessaria una certa sensibilità. Inoltre, è fondamentale avere dentro di sé già un qualche fuoco di passione e di dedizione spirituale. E ora vedremo proprio come si può infuocare il proprio essere con tale fiamma in modo da trovare una motivazione profondissima per lavorare su di sé ed evolversi alla velocità della luce (senza uso di sostanze e senza ricorrere a complesse pratiche spirituali). Il risveglio dell’energia spirituale ha infatti molto a che fare con l’intensità del desiderio di risvegliarlo: tale desiderio richiama l’energia e fa salire la Kundalini, iniziando a sciogliere blocchi e a sgretolare forme pensiero a una velocità pazzesca.

Premetto che far salire improvvisamente l’energia può bruciare e addirittura fare male, risvegliare paure ed emozioni dolorose, per cui è necessario aver almeno fatto qualche lavoro psicologico di ripulitura e soprattutto avere un’intenzione spirituale genuina e profonda.

Verifica la qualità della tua intenzione spirituale

Per l’appunto, per prima cosa devi verificare la qualità della tua intenzione spirituale. Ciò è davvero fondamentale, perché l’energia va dove la indirizziamo secondo la nostra intenzione, e su questo non c’è da scherzare. L’intenzione funge da catalizzatore di energia, dice dove questa deve andare: ecco perché all’inizio dell’articolo ho parlato proprio dell’importanza dell’intenzione. Ma ora voglio specificare che l’intenzione non deve essere solo chiara, ma soprattutto genuina e rivolta all’Uno. In particolare, non dev’essere un’intenzione egoica di migliorare se stessi per apparire migliori agli occhi degli altri, essere più potenti o avere successo (anche perché le intenzioni dell’ego non portano quasi mai ai risultati che si propongono, ma più spesso al loro contrario).

Piuttosto, il miglioramento delle relazioni e della vita è un “piacevole effetto collaterale” dell’allineamento spirituale. Ma per l’appunto la cosa più importante è che siamo allineati spiritualmente e cioè scegliamo intenzionalmente di perseguire il Bene e l’Amore, in modo chiaro e autentico. Quindi è innanzitutto necessario allinearci spiritualmente. Per fare ciò possiamo usare la preghiera, la resa o formulare l’intenzione di votarci all’unico Dio, lasciando andare ogni desiderio personale per affidarci all’unica guida e Volontà divina. Possiamo quindi verificare che le intenzioni che eventualmente abbiamo scritto sul diario abbiano alla base una genuina aspirazione spirituale. In tal caso, possiamo essere certi che qualunque cosa faremo saremo guidati dalla Grazia divina e quindi dovremo solo affidarci e non potremo sbagliare.

Affidati totalmente a Dio in un atto profondo di resa

Affidarci a Dio è già una forma potente di apertura del cuore. Nel mio caso ha aperto il cuore abbastanza intensamente da fornirmi in modo quasi immediato un potere intuitivo che mi ha guidato verso realizzazioni sempre più profonde. Se ti affidi alla guida di Dio, la sua guida ti si manifesta e la sua grazia scende su di te, per cui non puoi più avere dubbi che verrai guidato verso il bene. Devi solamente avere il coraggio di ascoltare il tuo cuore invece che la tua testa, poiché solo il tuo cuore può ricevere i messaggi e fornirti le intuizioni e le risposte necessarie per la tua crescita. Ovviamente affidarsi a Dio non è un gesto meccanico: è un atto che nasce dal desiderio di lasciarsi andare interamente e completamente nelle braccia dell’Amore, con tutte le proprie forze e con tutto il proprio cuore.

L’intensità della resa è fondamentale per produrre una profonda apertura di cuore. Tale intensità produce un fuoco (o meglio, risveglia l’energia spirituale già latente in ognuno di noi), che aiuta l’aspirante spirituale a trovare la motivazione per lavorare seriamente su di sé. Qui potrebbe sorgere un dubbio: ma questo fuoco non è piuttosto il risultato di un intenso lavoro su di sé? Per certi versi sì. Ma in realtà il vero lavoro su di sé inizia quando il cuore è già abbastanza aperto da produrre un desiderio fortissimo di lasciarsi andare all’Amore. Il resto è solamente un lavoro di ripulitura. No, sto esagerando. Il lavoro su di sé inizia quando sviluppi un’intenzione chiara e forte, non necessariamente quando ardi di passione e amore, altrimenti saresti già illuminato da subito!

Il vero lavoro su di te inizia quando ardi di Amore

Ma il vero lavoro su di te inizia quando il fuoco di Amore inizia a essere intenso e profondo, a bruciare letteralmente il tuo ego e a scagliarti rapidamente in uno stato di coscienza superiore. L’idea che ti sto proponendo è quella di accorciare i tempi per scioglierti rapidamente nell’Amore, anziché bruciare il tuo ego alla velocità di un bruco che mangia una foglia. Ciò ovviamente è a tuo rischio e pericolo, bada bene. Ma se credi davvero nell’Amore, ti fidi profondamente della sua forza trasformativa e ne hai abbastanza di soffrire e di aspettare, puoi scegliere di abbandonarti al tuo oceano in qualunque momento. Dopotutto, che senso ha prolungare ancora la sofferenza e destinare il tuo ego a una morte lenta e dolorosa, a un’agonia infinita, quando puoi scioglierlo velocemente in forza di una resa profonda e totale?

Certo, ti ho detto che ciò può bruciarti, ma puoi stare certo che se la tua intenzione spirituale è genuina, l’energia dell’Amore andrà a bruciare le cose giuste e tu dovrai solo essere disposto a ritrovarti con meno forme mentali ed emozioni nella tua coscienza, assistendo al processo di sgretolamento e “bruciatura”. Tranquillo, non sentirai puzza di bruciato: al limite avvertirai un certo calore concentrato sui tuoi centri energetici e avere la sensazione di qualcosa che muore. Non identificarti con l’eventuale senso di paura, angoscia o tristezza che sorgono: si tratta solamente del grido dell’ego. Praticamente, è come se stessero morendo i mostri dentro di te, quindi è un processo di rinascita, non certo distruttivo! Mi rendo conto che ciò possa fare un po’ di paura. Se vuoi un approccio più soft, ma comunque veloce, continua a leggere!

Abbandonati a Dio con atti di resa sempre più profondi

Ciò non toglie che sia comunque possibile avere un certo “fuoco” dentro di sé anche appena si inizia a lavorare su di sé. Per sviluppare questo fuoco anziché abbandonarti completamente a Dio in un singolo atto di resa, puoi sciogliere più gradualmente il tuo ego in singoli atti di abbandono e preghiera fatti col cuore, parlando direttamente al tuo cuore (e non a una misteriosa entità trascendente, per evitare di creare una dualità tra te e Dio e contraddire il grande insegnamento che “Tutto è Uno”). Pian piano il fuoco della devozione porta a trovare una motivazione sempre più profonda per lavorare su di sé. Come sempre, non è questione di tempo, ma di intensità del desiderio. Se bruci dal desiderio di scioglierti nell’Amore, come ho scritto nei paragrafi precedenti, puoi scioglierti anche in un istante o in brevissimo tempo.

L’idea potrebbe essere quella di trovare un equilibrio tra una resa eccessivamente profonda e repentina e degli atti di resa privi di intensità. Puoi quindi gestire il desiderio dentro di te, facendo crescere in modo rapido ma graduale il fuoco dentro di te. Ovviamente, nel frattempo che fai questo devi essere disposto anche tu a dissolvere la tua negatività attraverso la presenza e l’osservazione, operando per la trasmutazione del piombo delle emozioni negative nell’oro di quelle superiori. L’ideale è combinare il lavoro di presenza con la disponibilità ad aprire il proprio cuore con la resa e/o la preghiera ma anche contemplando la bellezza e nutrendosi di amore, cercando in questo modo di aprirsi a stati emozionali superiori per arrivare direttamente all’oro.

I “trucchi” per arrendersi velocemente

Dato che trovare la motivazione per lavorare su di sé e soprattutto per arrendersi non è facile, ti propongo alcuni “trucchetti” che possono esserti utili. Ovviamente non si può truccare la propria intenzione spirituale, né far finta di arrendersi in alcun modo! Non è di questo che sto parlando. Quello che voglio dire è, piuttosto, che è possibile favorire o creare le condizioni per accedere a uno stato superiore. Personalmente, ho trovato utilissima la musica per riempirmi di amore e pace e intensificare la mia devozione e volontà di arrendere il mio ego. La musica che ho trovato più utile è stata musica religiosa di ispirazione cristiana e musica spirituale, in particolare i brani di The Celtic Woman (puoi trovare alcune tracce qui) e del giovanissimo soprano Amira Willighagen (puoi trovare alcuni brani qui).

La musica elevata è in grado di portarti in uno stato di coscienza piuttosto elevato in breve tempo, se solo ti apri alla bellezza e ti abbandoni con la giusta intensità e sensibilità. Infatti il grande ostacolo ad arrendersi è il campo di energia di frequenza bassa che solitamente abbiamo attorno a noi per via della tendenza a farci assorbire nella negatività. Se siamo stressati e agitati, come possiamo pensare infatti di pregare, arrenderci o illuminarci? Ovviamente è davvero difficile: o la nostra sofferenza è tanto grande da costringerci ad arrenderci oppure siamo noi a creare volontariamente le condizioni giuste per favorire il nostro ingresso in uno stato superiore. E, sebbene la sofferenza sia una grande maestra, puoi stare certo che sia meglio evolversi nella gioia senza per forza dover toccare il fondo (se non l’hai già toccato)!

Scegli il fuoco della dedizione spirituale

Per l’appunto, esistono essenzialmente due grandi fuochi che producono una trasformazione spirituale: uno è il fuoco della sofferenza, l’altro è il fuoco della dedizione spirituale profonda e intensa. Solitamente, ci serviamo un po’ di entrambi i fuochi. Infatti il solo fatto di essere arrivati a cominciare un percorso spirituale significa che c’è stata abbastanza sofferenza tale da condurci su quel percorso! Dopodiché, un misto di sofferenza e volontà di crescere ci spingono verso l’alto. Tuttavia è facile rimanere arenati a lungo se non c’è abbastanza volontà e dedizione spirituale. Inoltre non sempre la sofferenza viene vista come opportunità di crescita, e ciò purtroppo è vero anche per molti aspiranti spirituali.

Per questo, per evitare inutile ulteriore sofferenza, è più opportuno alimentare dentro di sé una fiamma di dedizione spirituale che porti a crescere in modo consapevole e volontario, magari anche nella gioia (o almeno non divorati e tormentati dalla sofferenza!). Per questo è fondamentale trovare a tutti i costi la motivazione per lavorare su di sé. E in questo articolo ho cercato di offrire una soluzione proprio a questo problema. Ma c’è un ultimo ostacolo del quale non ho ancora parlato e che merita un’opportuna riflessione apposita.

Il problema del tempo e degli impegni

Forse questo è il problema più subdolo. Chi lavora su di sé deve fare i conti con il problema “tempo” e con gli impegni della giornata. In realtà, questo è in gran parte un problema che non si pone, poiché lavorare su di sé significa sviluppare un’attitudine e svolgere pratiche che non richiedono tempo né di ritirarsi a vita privata. Anzi, il lavoro su di sé è tanto più efficace quanto più è applicato nelle situazioni quotidiane e nelle sfide della vita. Soprattutto per le sfide della vita. Al limite, potresti avere il problema del carico psicologico di impegni. Infatti l’idea di aggiungere ulteriori pratiche, sviluppare nuove attitudini, cambiare l’approccio alla vita può essere stressante se si hanno molte altre cose da fare.

A questo proposito può esserti utile ridefinire le tue priorità e fare un po’ di chiarezza nella tua vita. Definisci che cosa vuoi ottenere dal lavoro su di sé, come vuoi svolgerlo, come vuoi integrarlo nella tua quotidianità. Ricorda che il lavoro su di sé non è un impegno: è un atteggiamento verso la vita. Non richiede tempo e per certi versi nemmeno pratica né sforzo, poiché si basa sull’osservazione, il potere dell’intenzione e la consapevolezza, e le stesse pratiche sono solamente dei corollari rispetto a tale lavoro “invisibile”. Quindi non hai scuse e non ti resta che trovare la motivazione per lavorare seriamente su di te!

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Come coltivare la compassione

Come coltivare la compassione

La compassione è una delle forme più potenti di amore. Infatti nasce dalla consapevolezza dell’innocenza intrinseca a ogni essere. Scaturisce dalla comprensione che ogni attacco è una richiesta di amore mascherata da violenza. Sorge dal riconoscimento che tutte le creature dell’Universo sono unite nella sofferenza e nell’amore. Tutti infatti condividiamo il sistema dell’ego e quello della mente corretta e illuminata dalla visione del cuore. Chi commette atti considerati malvagi soffre e per questo ha bisogno di amore e compassione, allo stesso modo di chi soffre la fame, la povertà, la disoccupazione e di chi è in preda alla disperazione. L’ego distingue tra vittime e carnefici, ma in realtà entrambi hanno solamente bisogno di amore e soffrono per il vuoto di Dio dentro di loro. Ma come coltivare la compassione?

Coltivare la compassione non è certo una pratica semplice. Infatti avere compassione per la sofferenza significa riempire innanzitutto il proprio cuore di amore. Se non amiamo noi stessi, non possiamo pensare di poter diffondere amore nel mondo! In ogni caso, possiamo riempire il nostro vuoto di amore partendo dagli altri, e cioè iniziando ad amare il prossimo e ad avere compassione per la sua sofferenza. Infatti, dato che siamo Uno, amare un altro significa amare se stessi, allo stesso modo in cui odiare un altro significa odiare se stessi. Quindi provare compassione per chiunque significa aprire il nostro cuore all’amore, il quale riempirà automaticamente il nostro vuoto e la nostra mancanza di pace.

Come coltivare la compassione

Coltivare la compassione in modo diretto può non essere semplice. Eppure se ci dedichiamo a tale pratica con tutto il nostro cuore e le nostre forze, possiamo elevare rapidamente il nostro livello di coscienza e riempirci di amore e gioia. Come dice il Dalai Lama:

Se vuoi che gli altri siano felici, pratica la compassione. Se vuoi essere felice tu, pratica la compassione.

Solitamente pensiamo che la felicità di un altro sia la nostra infelicità e viceversa. Ma non c’è nulla di più falso. L’ego ci convince che rendere felice qualcuno o provare compassione per chi soffre significhi in qualche modo assorbire la sua sofferenza. Pensiamo che condividere la sofferenza di qualcuno voglia dire riempirsi di dolore, caricarsi dell’angoscia dell’altro, in un atto di eroismo masochistico. Ma questa è una distorsione totale, che l’ego compie secondo la sua convinzione che “dare qualcosa a qualcuno vuol dire privarsi di quella cosa”. Se offriamo la nostra compagnia e presenza, diamo il nostro amore e stiamo vicini a chi soffre, secondo l’ego dobbiamo soffrire anche noi. In realtà, provare compassione significa non solo alleviare la sofferenza dell’altro, ma anche la propria.

Abbiamo l’idea che provare compassione significhi riempirsi di dolore, e ciò sembra confermato dalle lacrime che scorrono sul viso di chi si commuove nel vedere la sofferenza. Ma il pianto della compassione nasce da uno stato emozionale superiore, che è al di là del piacere e del dolore, delle emozioni positive e negative. La compassione rende veramente in pace, sereni, felici e pieni di amore. Ciò non è un insulto a chi soffre? No, perché riempirsi di pace e gioia di fronte alla sofferenza, pur mista a un genuino dispiacere, significa caricarsi dell’energia necessaria per espandere l’amore a chi soffre, tramite la propria semplice presenza o anche con azioni.

Il primo passo per coltivare la compassione: partire dal seme di compassione che è già dentro di noi

A ben vedere, non ha alcun senso soffrire insieme: chi ama vuole gioire insieme. Chi è pieno di amore sa che chi sta soffrendo è solo coperto da un velo di ignoranza e ha solamente bisogno di amore e pace. E in quell’ignoranza chi prova compassione vede innocenza e il disperato bisogno di aiuto. Più il nostro cuore è aperto, più vediamo tale richiesta di amore, percependola trasparire anche dagli occhi di un assassino, di un torturatore, di un grande carnefice. Se il nostro cuore è meno aperto, possiamo comunque commuoverci alla vista di un bambino affamato o una persona ammalata. Non è importante quanto sia profonda ora la nostra compassione: dobbiamo partire dalla compassione che proviamo ora e sforzarci di espanderla.

È dunque fondamentale, per prima cosa, essere onesti con se stessi e valutare approssimativamente quanta compassione c’è già dentro di noi. Ovviamente la compassione non è una qualità oggettiva, non può essere misurata matematicamente o ridotta a una quantità numerica. Tuttavia può essere vista come un seme che germoglia fino a dare vita a un grande albero da frutto. Prima di godere dei frutti dell’albero, dobbiamo prenderci cura con la massima dedizione del seme, creando le condizioni necessarie per farlo germogliare. Quindi guardiamo innanzitutto dentro di noi per scoprire quanto è grande il nostro seme: chiediamoci con sincerità verso chi e che cosa siamo già in grado di provare compassione.

Quanto è grande il tuo seme della compassione?

Fai un piccolo esperimento: chiudi gli occhi, fai alcuni respiri profondi e immagina un bambino affamato? Riesci a provare compassione? Per alcuni può essere scontato. Ma non è così. Infatti potrebbe essere che la voce nella tua testa parte all’improvviso, dicendo che sono sempre le solite storie di vittimismo e di colpa, in base alle quali si cerca di far sentire in colpa noi occidentali per la fame nel mondo, la povertà e la guerra per via del nostro passato di colonizzatori, della nostra ricchezza non meritata, dello squilibro di risorse che sarebbe alimentato anche dai nostri sprechi e dal nostro egoismo. Ok, questo sarà pur vero, ma ciò ci impedisce di provare compassione? Non ascoltare le storie della tua mente: notale, ma non fartene assorbire. Ora andiamo alla prossima immagine.

Tieni gli occhi ancora chiusi e immagina un animale abbandonato. Per alcuni provare compassione per un animale avviene in modo abbastanza spontaneo. In alcuni casi, la mente inizia a borbottare che bisogna avere compassione degli esseri umani e… al diavolo gli animalisti, che si prendono cura di un cane ferito mentre un loro simile ha appena perso l’uso delle gambe… Anche in questo caso, non fidarti delle storie della mente. Dobbiamo capire che la compassione non deve fare differenze: infatti la vera compassione unifica e ristabilisce l’unità di tutti gli esseri viventi. Le gerarchie fanno parte del sistema dell’ego e non fanno altro che impedire di coltivare compassione. Ora passiamo alla prossima immagine: immagina un uomo che lavora in nero, guadagna bene eppure prende un assegno di disoccupazione.

Quanto è difficile provare compassione in certi casi…

Lo so, questa è molto difficile da digerire! Eppure che cosa ci impedisce di provare compassione? Avere compassione non significa giustificare una situazione del genere o stare fermi a inviare amore. Possiamo amare ma allo stesso tempo essere fermamente decisi nel condannare la situazione! E ora passiamo a una situazione ancora più difficile: riesci a provare compassione per il tuo partner che ti tradisce? Questa proprio no, è impossibile: al bando la compassione e tutte queste sciocchezze! Come avrai notato, è tanto più difficile provare compassione quanto più ci sentiamo minacciati, toccati o feriti da qualcosa o qualcuno. Non proseguiamo con proposte ancora più complicate: non voglio infierire di più.

Piuttosto, vorrei invitarti a riflettere su come la capacità di provare compassione sia inversamente proporzionale al nostro ego. In altre parole, quanto più ego abbiamo, meno siamo in grado di essere compassionevoli. Meno ego abbiamo, viceversa, più grande è il seme della nostra compassione. Quindi uno dei modo migliori per riempirsi di compassione è liberarsi del proprio ego (se vuoi saperne di più ti invito a leggere il mio articolo al riguardo). Il nostro ego è abile a farci credere che sia folle e sciocco o addirittura ingiusto e distruttivo provare compassione per chi fa del male, in particolare se a subire quel male siamo noi. L’ego ignora che sciogliendoci nell’amore e nella compassione indirizzandoli proprio a coloro che vediamo come malvagi ci può donare una gioia e una pace immensi e profondissimi.

Secondo passo: nutrire il seme della compassione

Come nutrire il seme della compassione? In altre parole, come possiamo alimentare la nostra capacità di provare compassione? Ecco che cosa possiamo fare:

Aprire la mente alla retta comprensione

In breve, dobbiamo sforzarci di realizzare che il male commesso non deriva mai da vera “cattiveria”, ma da un bisogno di amore, da ignoranza e inconsapevolezza, che spingono alla follia. Dobbiamo riuscire a vedere nell’assassino la disperazione di un amante che ha perso la fonte del suo amore (in questo caso la sorgente divina dell’Amore). Chi fa del male è un pazzo oppure un mendicante, non un malvagio assetato di potere o di sangue. Al limite, è un individuo assetato di amore, anche se ricerca tale amore sotto forma di surrogati che hanno poco o nulla a che fare con esso. La compassione scaturisce in gran parte dalla capacità di vedere che cosa realmente accade nel mondo. La compassione è dunque una stretta compagna della saggezza, ma è ancora più potente in quanto riempita di amore.

Aprire il cuore e nutrirlo di amore

Aprire il cuore significa aprirsi all’amore incondizionato. Ciò ovviamente ci riempie automaticamente di compassione, in quanto la compassione non è che una forma di amore. Possiamo nutrire il nostro cuore di amore, in modo da eliminare la negatività che ci impedisce di vedere la realtà e ci porta a giudicare e a odiare chi fa del male anziché amarlo. L’apertura del cuore è sicuramente l’esperienza più deliziosa e gratificante che ognuno di noi può sperimentare nella propria vita. Infatti quando si apre il cuore iniziamo a vedere la Bellezza, a riempirci di gioia, a essere felici e positivi, ad amare incondizionatamente, a praticare la gratitudine. E iniziamo a vedere come tutti abbiano un disperato bisogno di amore e in nome di tale bisogno sono disposti a tutto, compreso uccidere e torturare un altro essere umano.

Realizzare l’unità di tutto l’Universo nella sofferenza come nell’amore

Per coltivare la compassione possiamo realizzare come la sofferenza sia una compagna universale di tutte le creature, in particolare dell’umanità. L’intera umanità è unita nella sofferenza esattamente come nell’amore: soffriamo quando scegliamo l’ego, siamo in pace e nell’amore quando scegliamo di tornare a Dio. Tutti gli uomini condividono il sistema dell’ego così come quello della mente corretta dalla Luce dell’Amore. Inoltre, possiamo contemplare a fondo sull’unità di tutto l’Universo, sul fatto cioè che pur nell’apparente separazione siamo tutti Uno. E possiamo cercare di vedere noi stessi nell’assassino come nel bambino affamato, nel torturatore come nel senzatetto.

Praticare l’empatia

Un altro modo efficace per coltivare la compassione è praticare l’empatia. Se entriamo in contatto con l’interiorità degli altri, possiamo comprendere il perché si comportano in un certo modo, la loro sofferenza, la loro disperazione. Dobbiamo sviluppare una connessione profonda con gli altri esseri umani. Per fare ciò è ovviamente fondamentale entrare in profondità dentro noi stessi, per comprendere innanzitutto la nostra sofferenza e follia. Non c’è infatti differenza tra conoscere se stessi e conoscere gli altri: tutti condividono lo stesso carico di sofferenza, anche se declinato in maniera diversa e più o meno intensa. Entrare nella propria sofferenza e guarirla con l’accettazione e l’amore significa diventare delle guide per chi ci circonda.

Praticare la gentilezza amorevole e non giudicare

Per coltivare la compassione possiamo cercare di essere il più possibile gentili e amorevoli con tutti. In questo modo il nostro cuore si apre all’amore e alla compassione. La gentilezza scioglie il nostro ego e il nostro giudizio. Per essere più gentili e amorevoli possiamo praticare il non giudizio. Non giudicare apre sempre più il nostro cuore e corregge la nostra mente, rinnovandola con la visione corretta e il discernimento. Se smettiamo di giudicare chi fa del male, scopriamo la verità, smettiamo di sentirci minacciati e di proiettare odio e rabbia e in tal modo possiamo sviluppare compassione.

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Come smettere di sentirsi in colpa

Come smettere di sentirsi in colpa

La colpa è uno dei meccanismi più subdoli dell’ego. Ognuno di noi ha un carico più o meno pesante di colpa. Esso rimane sepolto nel nostro subconscio finché non lavoriamo per eliminarlo. La colpa è intrinseca all’ego, poiché discende dalla convinzione di aver rifiutato l’amore e di essersi separati dall’Uno. Essa è legata alla paura di poter essere puniti da Dio. Nella colpa è sempre intrinseca la paura di una punizione e della vendetta, la quale è proiettata all’esterno. Inoltre, la colpa contiene in sé indegnità e vergogna. Ma come smettere di sentirsi in colpa per vivere una vita all’insegna della libertà, della spontaneità, dell’amore e della gioia? In questo articolo parleremo proprio di questo argomento.

La colpa è uno dei nostri segreti più inconfessabili. La portiamo dentro sotto forma di carico emotivo e di pensieri ossessivi e di paura. Essa ci impedisce di vivere in pace, ci manipola profondamente e ci rende schiavi del mondo. Superare la colpa è un passo fondamentale per troncare la nostra dipendenza dall’esterno. Finché portiamo colpa dentro di noi, rimaniamo con un vuoto di amore, siamo insicuri e poco radicati in noi stessi e non possiamo accedere alla vera pace e felicità. La colpa infatti è essa stessa una mancanza di amore e nasce dal nostro disallineamento spirituale. Ci sentiamo in colpa quando ci crediamo mortali, limitati e vulnerabili e in tal modo crediamo di poter ferire gli altri e, soprattutto, di poter essere “puniti” e soffrire.

Come smettere di sentirsi in colpa

La colpa è dunque intrinseca al sistema dell’ego. Nel momento in cui ci vediamo separati e mortali, realizziamo di poter essere feriti, uccisi, traditi e di poter provare dolore sulla nostra carne. Tale paura esistenziale, che discende direttamente dalla paura della morte e della dissoluzione, crea un profondo senso di indegnità e vergogna. Tale indegnità ha lo scopo di renderci piccoli agli occhi del mondo e degli altri ego, in modo da apparire incapaci di fare del male e quindi suscitare la pietà dei nostri simili. Nascondendoci dietro la colpa, ci sentiamo in questo modo tutelati e protetti (pur falsamente) dalla paura della morte e della sofferenza. Ci facciamo piccoli e sofferenti, miseri e poveri, in modo da non essere perseguitati o tormentati.

Insomma, la colpa ci permette di apparire innocenti. In pratica, è come se dicessimo: “Guarda, ti sembra che io possa fare del male e, se anche lo faccio, guarda che misero che sono, non vorrai mica alzare le mani su un corpo così fragile?”. Preferiamo rimanere deboli e fragili pur di godere di un minimo di sicurezza, poiché crediamo che la nostra sopravvivenza dipenda dal mondo e dagli altri ego. Eliminare la nostra colpa vorrebbe dire sacrificare la sicurezza in nome dell’incertezza. Ma in quest’incertezza si trovano anche la libertà, la felicità e la pace. Eppure affrontare l’abisso dell’ignoto risveglia la nostra paura e ci spinge a rimanere nascosti dietro il cumulo di colpa e di vergogna che abbiamo eretto per proteggere il nostro ego.

Riscopri la tua vera natura: essa non può fare né subire il male

A questo punto è evidente che per smettere di sentirsi in colpa è necessario scoprire chi siamo veramente, oltre l’identità illusoria del nostro ego. Ciò è fondamentale per trovare un radicamento e una certezza che controbilanci la necessità di abbandonare la (falsa) sicurezza offerta dall’ego. E tale centratura può essere trovata solamente nella propria anima, nel vero Sé, nella pura coscienza che in realtà siamo sempre stati, ma abbiamo dimenticato essere la nostra reale essenza per identificarci con l’ego. Radicandoci profondamente dentro noi stessi, scopriamo che la paura e la colpa, la vergogna e l’indegnità sono completamente false, poiché nascono per proteggere un ego che nemmeno esiste. Non a caso la colpa si manifesta attraverso un insieme di forme mentali ed emozioni create inconsciamente da noi stessi per via del nostro errore di identità.

E i pensieri e le emozioni non sono che pacchetti di energia, non hanno nulla di reale quanto al loro contenuto! Eppure la nostra identificazione con la forma ci spinge a credere reali le loro storie. Dobbiamo allora creare un distacco dalla nostra mente tramite l’osservazione. In questo modo impariamo a evitare di rimanere “incastrati” nelle forme mentali. Riscoprendo la tua vera natura, ti accorgi che essa non può ferire nessuno, perché è immateriale e per la stessa ragione non può essere ferita da nessuno. Quindi nessuno potrà più punirti o vendicarsi su di te. E potrai allora superare la colpa per aprirti alla pace e all’amore incondizionato del tuo cuore.

Smettere di giudicare e di incolpare il mondo per smettere di sentirsi in colpa

Un altro modo per sbarazzarci della colpa dentro di noi e smettere di sentirci indegni è smettere di incolpare e giudicare gli altri. Ogni volta che accusiamo qualcuno, stiamo in realtà accusando noi stessi e la prossima volta che saremo noi a fare qualcosa di “cattivo”, ci sentiremo tremendamente in colpa. Giudica e sarai giudicato: non è una punizione dal Cielo, ma la conseguenza delle nostre proiezioni, che ci portano a sentire su di noi il peso del giudizio che proiettiamo all’esterno. Dobbiamo assolutamente praticare il non giudizio se vogliamo alleviare il peso della nostra voce critica. Ogni giudizio, che sia diretto contro di noi oppure contro qualcuno all’esterno, è come una pietra nella nostra psiche e veleno per le nostre vene.

L’ego è abile nel proiettare la colpa all’esterno e farci credere che a essere cattive siano le persone fuori di noi. Dopotutto ci sono gli assassini, i politici corrotti, i genitori poco amorevoli, i figli disubbidienti, il governo ladro, le multinazionali imbroglione… L’ego ha un enorme arsenale di risorse e di conferme nella realtà esterna per incolpare il mondo. Eppure l’ego nasconde che in questo modo può mantenere intatta la propria colpa e rimanere una vittima. La colpa è infatti una forma profonda di vittimismo. E il vittimismo è a sua volta una forma di schiavitù. Smettere di sentirsi in colpa perciò significa smettere di essere schiavi. Schiavi di chi o di che cosa? Ovviamente della nostra mente, che proietta le nostre catene all’esterno, facendoci credere che i nostri padroni siano là fuori.

Com’è possibile che incolpare gli altri alimenti la nostra colpa?

Ma com’è che incolpare o giudicare gli altri appesantisce il carico della nostra colpa e la tiene sepolta in profondità? Ciò accade per il meccanismo della proiezione. L’ego non ha il coraggio di tenere dentro di sé tutta la colpa e la vergogna che prova. Quindi ha la brillante idea di proiettare all’esterno il proprio carico. Per la legge dello specchio, ciò che vediamo nel mondo è ovviamente sempre qualcosa che portiamo dentro di noi. Il mondo infatti è solamente un riflesso della nostra coscienza. Quindi non c’è alcuna differenza tra giudicare noi stessi e gli altri. L’ego è abile a ingannarci e nel farci credere che no, in realtà siamo davvero giudicando il politico corrotto, il figlio disubbidiente, il genitore poco amorevole. Ma questo è proprio l’inganno dell’ego e noi ci caschiamo come pere cotte!

Quindi quando incolpiamo gli altri nascondiamo più profondamente la nostra colpa, e a quel punto sembra che ci siano padroni, cattivi, essere meschini all’esterno. In realtà ciò che proviamo per quelle persone è l’odio e l’indegnità che proviamo per noi stessi, ma per l’appunto sostenere tutto quel carico di odio è impossibile per l’ego, che quindi lo “allevia” proiettandolo un po’ qua un po’ là, come delle gocce, in modo da non sentire il peso della colpa concentrato tutto su sé stesso così da non soffocare. Ma in questo modo accade che anziché affogare all’improvviso, ci destiniamo a una lenta agonia, che distrugge tutto il nostro essere in modo graduale e misero. Dobbiamo allora avere il coraggio di riconoscere che tutta la colpa che proiettiamo all’esterno è dentro di noi, in modo da iniziare a rimuoverla.

Com’è possibile che il politico corrotto abbia a che fare con la colpa dentro di me?

Sì, ma com’è possibile che quel politico corrotto abbia a che fare con la colpa dentro di me? Può non essere immediatamente evidente, ma c’è necessariamente una relazione. Innanzitutto, se infatti l’odio che provi per quel politico fosse una caratteristica intrinseca a esso, tutti dovrebbero provare la stessa sensazione di disgusto, rabbia o risentimento. Eppure non è così. Ognuno reagisce in maniera diversa in base al carico di emozioni e credenze che porta dentro di sé. E quindi dobbiamo avere il coraggio di chiederci quale parte di noi riflette quel politico corrotto, quel genitore poco amorevole, quel figlio disubbidiente. E non dovremo arrenderci finché non la troveremo.

Se non sopporti un politico, in realtà non sopporti te stesso o una parte di te. Quale parte di te esattamente? Una caratteristica che sai di avere ma fai finta che non sia dentro di te. Se ad esempio odi le persone orgogliose, significa che non accetti di avere dentro di te un certo quantitativo di orgoglio. E se odi un genitore o un tuo caro, devi scoprire quale parte di te odi. I tuoi famigliari sono le parti più profonde di te, per cui se provi fastidio, irritazione o addirittura odio nei loro confronti, stai in realtà odiando te stesso. La maggior parte di noi non ammette di odiare se stesso, poiché l’ego ha bisogno di fare ciò per non distruggersi (in realtà si distrugge comunque da solo). Eppure ciò non toglie che ci odiamo piuttosto profondamente. Altrimenti vedremmo solamente bellezza e amore.

Riempirsi di amore per smettere di sentirsi in colpa

La colpa è a tutti gli effetti un vuoto di amore. E che cosa può riempire questo vuoto se non l’amore stesso? Dobbiamo allora imparare ad apprezzare il nostro valore a prescindere dalle condizioni esterne e amarci profondamente. Dobbiamo costruire un’autostima solida e incrollabile. E dobbiamo nutrire il nostro cuore di amore. In questo modo sciogliamo il senso di non meritare, di non valere abbastanza, di non essere degni di amore. E la nostra colpa diminuisce. Non dobbiamo solamente occuparci di amare noi stessi. Possiamo anche aprirci all’amore incondizionato. Ad esempio, possiamo iniziare a provare compassione per gli altri. In tal modo gli altri non saranno più percepiti come minacce, ma al limite come individui che fanno richieste di amore.

La nostra colpa infatti è legata alla nostra paura di ricevere punizioni e vendette. Ma se vediamo l’innocenza di chi ci circonda, non avremo più nulla da temere e la nostra colpa verrà alleviata di conseguenza. Inoltre, amando gli altri amiamo anche noi stessi e riempiamo così il nostro vuoto di amore. In generale, per liberarci dalla colpa possiamo dedicarci all’apertura del cuore (scopri di più qui). Ciò significa diventare tutt’uno con la nostra anima e radicarci in essa, affondando sempre di più nella pace, nell’amore e nella gioia che non sono di questo mondo. In tale modo la nostra colpa emergerà naturalmente e si scioglierà in modo spontaneo, se solo noi ci affidiamo completamente e intensamente al nostro cuore e lasciamo che esso la risolva.

Stare attenti alle proiezioni dell’ego

Come abbiamo detto, l’ego proietta la colpa all’esterno sotto forma di giudizi sugli altri. In più, formula una serie di giudizi su sé stesso con i quali si impone certi comportamenti. Alla base della colpa, c’è sempre la convinzione che per essere riconosciuti dagli altri ci sia bisogno della loro approvazione. Quindi non si può dire di no né ferire gli altri. E così nasce la timidezza. Spesso si confonde la timidezza con la sensibilità, perché diciamo di avere paura di fare del male agli altri. In realtà la paura di ferire gli altri nasconde la paura di poter subire il male e quindi la credenza nella propria mortalità, fragilità e vulnerabilità.

In virtù di tale vulnerabilità, sacrifichiamo la nostra libertà in nome della sicurezza e dell’approvazione sociale. E così facciamo cose che non vorremmo, ci poniamo limiti e ci incateniamo, ci facciamo manipolare e diventiamo schiavi del mondo. Pur di non sentirci in colpa siamo disposti ad accettare un invito pieni di malumore e risentimento o di malinconia e depressione. Pur di non sentirci in colpa diciamo di sì a cose che non faremmo mai in una situazione di “lucidità mentale”. La colpa sequestra i nostri neuroni, ci piega come un fucile puntato sulle nostre tempie, ci costringe a comportarci in modo folle e sconsiderato. Tutte le situazioni in cui ci sentiamo in colpa in realtà sono solo occasioni per far emergere il carico di colpa che è sempre sepolto dentro di noi.

Creare un Io centrale

Lo stesso fatto di non saper dire di no è solo un effetto della colpa che portiamo dentro. Anche l’insicurezza, la timidezza, il bisogno di rassicurazioni e conferme dall’esterno, approvazione sociale e riconoscimento sono legate alla nostra colpa. Avendo la colpa dentro di noi, non ci sentiamo degni di amarci e di considerarci come individui di valore. E quindi ricerchiamo l’amore e il riconoscimento all’esterno. Quindi la colpa ci rende a tutti gli effetti dei mendicanti. Per smettere di sentirsi in colpa è necessario realizzare come la colpa sia davvero deleteria e ci renda pazzi.

Quando siamo in preda alla colpa, siamo delle marionette nelle mani dell’ego. Dobbiamo accorgerci immediatamente di ciò se vogliamo liberarci del nostro fardello! La colpa è legata anche alla mancanza di un Io centrale, per cui i tanti piccoli io della personalità esprimono volontà contrapposte e in tal modo quando diciamo sì è no e quando diciamo no è sì oppure ni. L’Io centrale si ottiene sempre attraverso l’apertura del cuore. In particolare, se vogliamo sviluppare una forza di volontà ferrea, dobbiamo dissolvere i nostri piccoli io con la presenza, accorgendoci di come le nostre scelte siano raramente libere e il più delle volte condizionate dai meccanismi dell’ego.

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Come smettere di dipendere dal mondo

Come smettere di dipendere dal mondo

Come smettere di dipendere dal mondo? La maggior parte di noi dipende da fonti esterne per essere felice e sentirsi amato e protetto. Infatti dentro di noi c’è un vuoto di amore che vuole essere colmato. Tale vuoto di amore dipende dalla nostra scelta inconscia di identificarci con l’ego e rifiutare l’Amore della Fonte divina dentro di noi. Dentro di noi è sepolta una profonda colpa esistenziale, poiché inconsciamente riteniamo di aver rifiutato l’Amore di Dio. È il famoso “peccato” originale, che noi consideriamo reale. In realtà non è mai accaduto nessun peccato, poiché non è mai avvenuta la separazione da Dio. L’idea di essere lontani dall’Amore è solo un’illusione. Eppure crediamo la nostra colpa tanto reale da comportarci di conseguenza.

La colpa sepolta nel nostro subconscio ci porta a mantenere un senso di vergogna e indegnità inconfessabili. La prima manifestazione di ciò è la paura di farsi vedere nudi, che è tuttora considerata una cosa scabrosa. A ben pensarci, si tratta di una paura priva di senso, che affonda le radici nella nostra colpa primordiale, come è esemplificato dalla storia di Adamo ed Eva. La prima sensazione che segue all’illusione che sia avvenuta la separazione dall’Amore è una vergogna abissale e incontenibile. Noi tutti, finché siamo nel sistema dell’ego, portiamo dentro di noi la traccia di quella vergogna. E ciò condiziona le nostre vite in maniera radicale. Ci porta a non amare noi stessi, a sottometterci ad autorità, a dipendere affettivamente dai genitori o dal partner, a cadere in dipendenze di qualunque tipo, a non essere spontanei, a essere schiavi e vittime, ad avere problemi sessuali e relazionali.

Come smettere di dipendere dal mondo

Il capitolo “dipendenze” è uno dei temi più trattati eppure anche uno di quelli di cui si capisce di meno. Infatti solitamente si trattano le dipendenze come se fossero dei problemi comportamentali. Si considerano cioè a livello della forma e si curano a quel livello. Ma ogni dipendenza è in realtà la conseguenza della colpa che portiamo dentro di noi. Essa è un malloppo sorto in seguito all’apparente rifiuto dell’Amore di Dio. All’alba dei tempi abbiamo giurato fedeltà all’ego, e per fare questo abbiamo dovuto rifiutare l’Amore di Dio. Ciò ci ha chiaramente riempito di enorme vergogna e colpa, poiché pensavamo che saremmo stati puniti e rifiutati da Dio. In realtà la separazione non è mai avvenuta, ma noi la riteniamo reale e tuttora la maggior parte di noi si identifica con il proprio ego.

Al di là di questa narrazione, che può essere ritenuta vera o meno, sta di fatto che dentro di noi giace un grosso carico di colpa. Essa ovviamente è profondamente nascosta e inconscia, per cui si manifesta in ogni maniera, tranne che nella sua forma originaria. In altre parole, proiettiamo la nostra vergogna e la nostra colpa all’esterno, creando idoli, dipendenze, autorità, altri ego. Tutto ciò ci serve per mantenere sepolta la nostra colpa, in modo da punirci da soli piuttosto che accettare di poter essere puniti da Dio, il quale viene considerato a torto dall’ego come vendicativo. In generale, accettiamo di dipendere dal mondo e di sottometterci a esso, in primis credendo che esista un mondo esterno e che ci siano altri ego fuori di noi, pur di mantenere intatta la nostra promessa di fedeltà all’ego.

Siamo diventati schiavi di noi stessi

Per essere separati dal Tutto, abbiamo dovuto dare vita alla dualità. E abbiamo iniziato a credere che noi fossimo un piccolo corpo e abbiamo proiettato all’esterno altri corpi e altri ego. Pieni di vergogna e colpa, ci siamo subito resi conto che la separazione da Dio ci ha reso individui mortali, limitati e soprattutto incapaci di provvedere da soli ai nostri bisogni. Tuttavia, una volta compiuta la scelta non potevamo tornare indietro. Non potevamo più ammettere di dipendere da Dio. E allora abbiamo trovato una soluzione: iniziare a dipendere dal mondo e dagli altri ego per sopravvivere. Abbiamo dovuto cominciare a procurarci da vivere attraverso fonti esterne, ci siamo riempiti di un enorme numero di bisogni, nascondendo il fatto che l’unico nostro vero bisogno è l’Amore di Dio.

E allora abbiamo iniziato a proiettare all’esterno le fonti della nostra sopravvivenza, del nostro amore, della nostra felicità e sicurezza. In tal modo siamo diventati degli schiavi. O almeno, apparentemente è successo così. Ma è pur sempre un’illusione. E infatti la schiavitù – così come la libertà – è una scelta della nostra mente. Il mondo stesso – per come lo vediamo noi – è una creazione della nostra mente. Quindi la prigione non è esterna, ma è interna, e questo è fondamentale da capire per poter smettere di dipendere dal mondo. Ovvero, siamo schiavi di noi stessi e del nostro stesso gioco di proiezioni.

L’ego proietta all’esterno le fonti di amore, felicità e sicurezza

Dicevamo che abbiamo proiettato all’esterno l’amore, la felicità e la sicurezza. Abbiamo dimenticato che tutte queste cose erano dentro di noi, poiché non ci siamo in realtà mai separati da Dio. Eppure la nostra credenza nella separazione è talmente forte che continuiamo tuttora a cercare amore, felicità e sicurezza nel mondo. E a questo punto non importa quale tipo di dipendenza ognuno di noi ha: infatti l’ego trova mille strade per manifestare la propria schiavitù. Possiamo dipendere dal nostro partner, da una sostanza, da un’attività, dai nostri genitori. Qualunque sia la dipendenza, essa è un’espressione dell’incapacità dell’ego di sopravvivere da solo e, insieme, una strategia per seppellire la propria colpa e vergogna e, nascostamente, per raccogliere delle briciole di amore e felicità, soddisfazione e sicurezza.

In particolare, l’ego ha creato l’autorità in modo da potersi sentire superiore in un caso e inferiore in un altro. La superiorità si esprime sotto forma di orgoglio e consente di supplire alla mancanza di amore attraverso la rivendicazione di meriti, la prepotenza e la presunzione, ma anche l’attaccamento ai risultati e alla propria identità, al potere e alla fama. L’inferiorità si esprime come disperato bisogno di protezione, timidezza, sottomissione a chi è più potente (l’autorità, appunto). Tale dialettica superiorità/inferiorità è evidente nel rapporto tra datore di lavoro e sottoposti, tra insegnanti e alunni, tra re e sudditi, tra ricchi e poveri, potenti e deboli, carnefici e vittime.

Il dilemma dell’autorità

Nel sistema dell’ego non può esserci una relazione paritaria: uno dei due dev’essere più potente, più forte, più importante e avere potere sull’altra persona. Questa, dal canto suo, deve sottomettersi all’autorità, con riverenza e timidezza, paura e sottomissione. In questo modo bisogna dare del Lei o del Voi alle persone “più importanti”, bisogna baciare i piedi del re, si deve essere comandati da qualcuno. Ovviamente ciò non avviene a causa di un’autorità esterna che si impone su di noi. La verità è, invece, che ognuno di noi inconsciamente sceglie di piegarsi alle autorità, per poi passare di tanto in tanto alla posizione di privilegiato che ha potere sugli altri. Si tratta di un meccanismo infantile e insensato, eppure necessario per tenere in piedi il sistema dell’ego.

Senza autorità infatti l’ego è perduto. Ma se vogliamo smettere di dipendere dal mondo dobbiamo riconoscere e portare alla luce questo dilemma dell’autorità. Avere autorità significa idolatrare altri ego (o meglio, il proprio stesso ego sotto forma di altri ego, per nascondere la propria scelta). La maggior parte dei rapporti umani sono forme di idolatria, compresi i rapporti di coppia, quelli genitori-figli, professori-alunni, datori di lavoro-sottoposti. Possiamo essere d’accordo nell’affermare la necessità del rispetto, ma perché mai tale rispetto deve diventare sottomissione? Ciò è necessario ovviamente solo allo scopo dell’ego.

Il primo passo per smettere di dipendere dal mondo: smettere di idolatrare le autorità

Per smettere di dipendere dal mondo, dobbiamo smettere innanzitutto di idolatrare le autorità. Non esistono persone più importanti di noi, né meno importanti, non c’è superiorità o inferiorità, non esistono gerarchie basate sul potere, la fama, l’età, i titoli di studio, i meriti, le attribuzioni. Non è diverso il culto del Duce rispetto alla venerazione dei professori, dei dotti, dei presidenti, dei re, degli anziani. Sia chiaro, ripeto: ognuno merita rispetto, ma tale rispetto non deve necessariamente sfociare in idolatria e sottomissione. Ognuno di noi venera le autorità, e anche per questo c’è tuttora una diatriba tra fascisti e antifascisti. Sia chi vuole i poteri forti sia chi li rifiuta è vittima dello stesso complesso interiore: si vede sottomesso dall’autorità e in un caso se ne sente tutelato, nell’altro se ne sente schiacciato.

Dobbiamo tornare a essere l’unica autorità di noi stessi, rifiutando ogni autorità esterna. Ciò non significa ovviamente combattere contro qualcuno, ribellarsi contro le autorità come hanno fatto i Sessantottini (senza volerli criticare!) o vedere i padroni all’esterno. Infatti non c’è nessun padrone all’esterno: siamo noi ad aver alienato l’autorità all’esterno, per cui siamo anche gli unici a poterla rivendicare e recuperare con un atto di volontà e una presa di consapevolezza unicamente interiori. In verità non ci sono autorità fuori di noi, non ci sono mai state né mai ci saranno. Quelle che vediamo all’esterno sono infatti solamente le proiezioni inconsce del nostro bisogno di sicurezza e della nostra dipendenza dal mondo.

Avere delle autorità significa mettere la propria vita nelle mani di qualcun altro

È ovvio che non è facile fare il passo per riconoscere che ognuno di noi è l’unica autorità di se stesso. Infatti ciò implica riconoscere che la fonte di ogni sicurezza è dentro di sé. E per fare ciò dobbiamo scoprire la nostra vera natura di anima immortale e identificarci con essa. Finché vedremo noi stesso come ego e come corpi separati, avremo sempre bisogno di autorità fisiche, morali e spirituali per guidarci in un mondo minaccioso. Infatti l’autorità risponde bene al bisogno di protezione, allevia la paura, come un ansiolitico psicologico. Ma nel contempo è in grado di manipolarci con la paura, facendoci stare male prima di un esame o di un colloquio di lavoro, una telefonata o una conversazione importante, durante un rimprovero o una critica.

Sacrificare la fonte della nostra sicurezza all’esterno significa anche sacrificare il nostro potere e insieme la nostra felicità e la sensazione di essere amati. Avere delle autorità significa sottomettere tutto il proprio essere, tutta la propria vita e metterla nelle mani di qualcun altro, al quale è dato il potere di decidere della nostra libertà, felicità, sicurezza e soddisfazione. È il professore ad avere nelle mani la vita dell’alunno; è il genitore ad avere nelle mani la vita del figlio; ed è il datore di lavoro a decidere della felicità e stabilità economica del sottoposto. Tutto ciò ovviamente è vero finché siamo schiavi dentro, e cioè finché proiettiamo all’esterno l’autorità anziché riconoscerla dentro di noi.

Il secondo passo per smettere di dipendere dal mondo: ritrovare l’autorità e il centro dentro di sé

Riconoscere l’autorità dentro di noi implica grande coraggio e responsabilità. Significa essere disposti a confrontarsi con le proprie ombre, in particolare con il carico di colpa e vergogna, paura e rabbia sepolti nel nostro subconscio, che ci impediscono di essere liberi. Non vogliamo essere indipendenti perché ciò vorrebbe dire sacrificare la sicurezza del sistema dell’ego, che è ovviamente fragile, ma abbastanza forte da renderci confortevoli e apparentemente protetti. Dobbiamo superare la nostra colpa in modo da sentirci pienamente degni di amore e di essere felici per scelta nostra, attingendo alla sorgente divina dentro di noi, anziché mendicando briciole dal mondo. E dobbiamo superare la nostra paura dell’incertezza e della morte, perché essere liberi dall’autorità significa smettere di dipendere dal mondo e quindi non avere riferimenti esterni.

Rifiutando i riferimenti esterni, smettiamo di aggrapparci al mondo per essere felici, liberi e sicuri e ci radichiamo in profondità dentro noi stessi, nella nostra anima, trovando una centratura indistruttibile. Man mano che troviamo il centro dentro di noi ci rendiamo conto di quanto è folle alienare la nostra autorità e il nostro potere per un briciolo di sicurezza, tra l’altro effimera e illusoria. Infatti non esiste stabilità nel sistema dell’ego: rimettere la nostra vita nelle mani di un re, di un professore, di un presidente, di un datore di lavoro ci rende addirittura più instabili, poiché il nostro destino passa nelle mani di un altro ego. E un ego non è mai garanzia di sicurezza, anche se si tratta del re più benevolo del mondo o dell’insegnante meno autoritario che esista.

Ritrovare la felicità dentro di sé

L’altro capitolo è quello della felicità. Abbiamo la tendenza a ricercare la felicità all’esterno, e questo ci fa cadere inevitabilmente in ogni genere di dipendenza. Dobbiamo allora riconoscere che, qualunque dipendenza abbiamo, essa affonda le sue radici nella nostra credenza di aver rifiutato l’Amore di Dio e nella nostra colpa correlata a tale convinzione. Crediamo che la felicità e l’amore non siano presenti dentro di noi e quindi chiudiamo il nostro cuore. In tal modo, smettiamo di percepirli dentro di noi e iniziamo a cercarli all’esterno. Proiettiamo la fonte della nostra soddisfazione nel mondo, sotto forma di desiderio. E iniziamo a desiderare potere, sesso, denaro, fama, successo, finché non ci accorgiamo di essere stati vittima della magia della nostra mente.

La magia consiste proprio nel rendere reali le fonti di appagamento esterne. Il mondo di per sé è morto, per cui qualunque attività, relazione o sostanza non ha il potere di renderci felici (o infelici). Tale potere è unicamente nostro, ma l’abbiamo alienato all’esterno in modo da credere che sia vero che abbiamo bisogno di mendicare soddisfazione dal mondo. E anche in questo caso dobbiamo avere il coraggio di affrontare la colpa sottostante alle nostre azioni, in base alla quale ricerchiamo appagamento all’esterno, sotto forma di capricci e desideri, fantasie e sogni di ogni tipo. Dobbiamo avere il coraggio di affermare che siamo noi l’unica fonte della nostra felicità. E dobbiamo radicarci anche in questo caso nella nostra anima immortale, nel nostro centro stabile e permanente, che coincide con il nostro cuore.

Riscoprire l’amore dentro di sé

Infine, sempre aprendo il nostro cuore dobbiamo riscoprire l’amore dentro di noi. Finché non lo troveremo al nostro interno lo cercheremo all’esterno in un partner, nel sesso, in relazioni malate, perché avremo bisogno di riempire il nostro vuoto interiore. E ci comporteremo in modo folle e sconsiderato, facendo disperate richieste di amore che possono sfociare nella violenza e nella distruttività. L’amore è senz’altro il rimedio più potente per smettere di dipendere dal mondo. Se ci apriremo a sufficienza all’amore non avremo bisogno di altro, saremo completamente soddisfatti e appagati al di là di ogni immaginazione. Non dipenderemo più da nulla per la nostra felicità, sicurezza e soddisfazione.

Infatti il fatto di ricercare qualunque cosa all’esterno è il risultato del nostro originario rifiuto dell’Amore, per cui nel momento in cui torniamo a esso siamo nella pace e nella gioia più perfette. L’Amore è in grado di guarire le nostre ferite emotive, di sciogliere la nostra colpa e vergogna, di creare dentro di noi un fuoco e un calore che ci abbracciano rendendoci potenti e sicuri. L’Amore è l’unica cosa di cui abbiamo bisogno, per cui non dobbiamo fare altro che rivolgerci al nostro cuore in modo da riaprirlo al flusso del nettare divino.

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Ogni attacco è una richiesta di amore

Ogni attacco è una richiesta di amore

Ogni attacco è una richiesta di amore. Com’è possibile? Siamo sicuri che sia davvero così? Non è che siamo di fronte alla solita predica spirituale o consolazione new age? Come si può dire che un assassino uccida perché ha bisogno di amore? A dispetto di quanto possa sembrare, è così. Ciò che vediamo come malvagità non è altro che follia. La “cattiveria” è solamente la disperazione di chi non trova amore dentro di sé e lo cerca in tutti i modi all’esterno, sfociando nella pazzia. Pur di ricevere amore ognuno è disposto a uccidere, torturare, sottomettersi… Non c’è un limite alla follia causata dalla mancanza di amore. Eppure un atto può essere solamente una richiesta di amore oppure un’espansione di amore. La quasi totalità dei nostri atti sono richieste di amore.

Quasi tutto ciò che facciamo quotidianamente serve a soddisfare i bisogni del nostro ego, quindi è una richiesta di amore al mondo. L’ego per definizione non può dare amore, e persino le sue apparenti “buone azioni” sono un modo per sopravvivere. Per espandere amore all’esterno dobbiamo trascendere il nostro ego. In caso contrario rimarremo per tutta la vita dei mendicanti in cerca di sprazzi di amore in un mondo avaro. Il mondo sembra avaro perché non può rispondere alle nostre richieste di amore: infatti l’amore si trova solamente dentro di noi, quindi non possiamo ottenerlo dall’esterno. Quindi è assolutamente normale non essere amati dal partner o da un genitore. Infatti, salvo che gli altri non abbiano trasceso in gran parte il loro ego, non possono amare incondizionatamente. Possono amare in varie forme, ma non possiamo pretendere da loro un amore angelico e divino.

Ogni attacco è una richiesta di amore

Anche dire che una persona è in grado di amare solo quando si è liberata dal suo ego è un’approssimazione. In realtà (quasi) ognuno di noi è capace di esprimere ed elargire amore. I modi, l’intensità e la frequenza dipendono da quanto amore si trova dentro di noi. E ciò corrisponde a dire: quanta luce, presenza consapevole e spirito ci sono dentro di noi. Al momento, non sembra che in media ci sia troppa luce dentro di noi. Infatti quando un raggio di sole filtra dalla finestra noi abbassiamo subito la tapparella e quando una lampada è troppo vicina ai nostri occhi la allontaniamo… No, scherzo, non è inteso in questo senso! A parte gli scherzi, ognuno di noi ha una più o meno intensa predisposizione per accogliere dentro di sé amore e consapevolezza, in base al grado di maturazione spirituale.

Ciò significa che c’è una gerarchia tra esseri umani? Niente affatto, o perlomeno non nel senso con cui lo si può intendere. Ognuno di noi ha in sé la stessa scintilla divina di chiunque altro: ciò che varia è la misura con cui alimentiamo tale scintilla per farla diventare un fuoco oppure la reprimiamo rimanendo al buio. In base a ciò possiamo dire che esistono diversi gradi di evoluzione spirituale. Ma in assoluto il grado più o meno elevato di evoluzione non distrugge la sacralità della nostra anima o la nostra essenza divina. In ogni caso, apparentemente sembra che accada così. E dobbiamo quindi fare i conti con un’umanità divisa tra la luce e il buio o, meglio, collocata in mezzo a diverse gradazioni di luce.

Infatti il buio non esiste: è solamente assenza di luce. E allo stesso modo l’odio non esiste di per sé: è solamente mancanza di amore.

La mancanza di amore è causa di follia

La mancanza di amore ci porta a comportarci in modo folle. Tale follia viene vista nella prospettiva errata dell’ego come cattiveria o malvagità. Ma la stessa prospettiva dell’ego viene dalla negazione dell’amore dentro di noi! E in questo senso chi si comporta “male” e chi lo giudica condividono lo stesso sistema dell’ego e stanno entrambi richiedendo amore. In particolare, chi giudica si sente attaccato, ha paura, poiché si vede limitato e vulnerabile, e quindi tutto ciò che può fare è chiedere amore. Solo quando apriamo il nostro cuore possiamo vedere come in realtà ogni attacco è semplicemente una richiesta di amore. Ma finché rimarremo nel sistema dell’ego e ci vedremo come dei corpi separati, è chiaro che continueremo a sentirci minacciati dal ladro, dall’assassino, dalla guerra e dalla pandemia.

La nostra paura della morte e dissoluzione ci obbliga a chiedere disperatamente amore, scongiurando con i nostri giudizi di essere risparmiati dal “male”. Dopotutto, il nostro giudicare ha una funzione “apotropaica”, ovvero mira ad allontanare ciò che riteniamo pericoloso per la nostra sopravvivenza. Infatti dobbiamo ammettere umilmente che ciò che giudichiamo come male non è altro che ciò che ci minaccia fisicamente (e psicologicamente). Quindi la nostra visione del male discende dalla nostra identificazione con il corpo. Eppure solitamente siamo troppo addormentati per vedere che è così, e assolutizziamo i nostri giudizi, chiedendoci perché mai c’è il male nel mondo e giudicando chiunque non rispetti la nostra prospettiva.

Pensare di sapere che cos’è il male è arrogante e presuntuoso

Eppure dovremmo mettere in discussione la nostra prospettiva, poiché è davvero limitata. Prima di dire che c’è il male come categoria assoluta, dovremmo mettere in dubbio il punto di vista da cui tale categorizzazione è effettuata. Chi può giudicare che la guerra è un male, che un assassino è malvagio o che la fame nel mondo è una sciagura? Non è arrogante esprimere questi giudizi? Sì, è arrogante, perché significa che l’ego si erge a giudice dell’Universo e si sostituisce a Dio. Dobbiamo riconoscere che non sappiamo per nulla che cosa sia bene o male. E dobbiamo vedere come è solamente la nostra prospettiva a influenzare il nostro modo di vedere il bene e il male.

Basta fare un piccolo esperimento per vedere quanto è limitata la nostra visione delle cose. Se improvvisamente riconoscessi di essere puro spirito immortale e ti trovassi fuori dal corpo, giudicheresti ancora i ladri e gli assassini? Probabilmente no. E la bella notizia è che tu sei già puro spirito, quindi non hai nulla da temere da nessuno e da niente! La paura, il giudizio, la rabbia derivano dalla nostra identificazione con un corpo mortale, che quindi si vede costretto a conservare sé stesso in tutti i modi. Perciò inizia a vedere minacce e pericoli ovunque. Solo tornando a essere lo spirito che siamo sempre stati possiamo liberarci dalla paura e finalmente vedere che non è mai stato davvero commesso del male. E ciò che sembrava malvagio era in realtà una richiesta di amore.

Un regalo può essere un proiettile

Nel sistema dell’ego, è difficile riconoscere che cos’è una richiesta di amore e che cos’è invece espansione di amore. Ad esempio, pensiamo che offrire un regalo sia necessariamente un atto di amore. Può essere. Ma in molti casi (forse nella maggior parte) non è così. Il dono materiale infatti spesso nasconde una richiesta di amore sotto forma di riconoscimento sociale, alleviamento del senso di colpa o allontanamento della paura. E in questo senso un regalo non è diverso da una pallottola sulla testa. Ma come sarebbe a dire? Certo, sto facendo un paragone esagerato, me ne rendo conto. Potresti dire che una pallottola fa male, un regalo no. E invece chi ha detto che un regalo non causi sofferenza in chi lo riceve? Sarà capitato anche a te di ricevere un dono a malincuore, solo per non ferire l’altra persona (anche se in realtà non volevi ferire te stesso).

Beh, ma la pallottola fa più male, addirittura uccide. Sì, ma chi ha detto che una ferita fisica o la morte sia più grave di una ferita emotiva, solo perché questa non si vede? Dobbiamo ammettere ancora una volta che non siamo in grado di giudicare che cosa sia bene o male né che cosa sia amorevole o meno. Ma aprendo il cuore si rivela a noi il paradosso: chi spara una pallottola e chi fa un regalo per ottenere riconoscimento stanno entrambi chiedendo amore. Per quanto la follia dell’assassino sia più manifesta e palese, ciò non toglie che chi fa un regalo sia meno folle. Dopotutto, non ci vuole molto perché una persona rifiutata dal partner tenti di riavvicinarla con dei regali, ma poi, rifiutato, la uccide. Com’è possibile? Come si può passare dai regali ai proiettili? Evidentemente un regalo può già essere un proiettile letale.

Come vedere che ogni attacco è una richiesta di amore

Il fatto è che ci facciamo ingannare dalla forma assunta dalla richiesta di amore. Infatti come al solito valutiamo il bene e il male, l’amore e la mancanza di amore in base al grado in cui qualcosa ci minaccia oppure ci dà benessere. Dobbiamo quindi ammettere che la nostra visione del bene e del male è fortemente utilitaristica e materialista. È cioè condizionata dal nostro vederci dei corpi mortali e fragili. Quando giudichiamo non ci rendiamo conto di questo condizionamento, poiché è nascosto, è una credenza sepolta nel profondo del nostro subconscio. Ma prima di giudicare dobbiamo chiederci chi è che sta giudicando e in base a che cosa sta esprimendo un’opinione o una critica. Siamo noi o è il nostro ego? Vediamo il male perché siamo pieni di amore e saggezza, luce e discernimento oppure siamo accecati dalla visione dell’ego?

Se non ci facciamo queste domande non possiamo vedere che ogni attacco è una richiesta di amore. Dobbiamo avere la mente abbastanza aperta ed essere abbastanza umili da riconoscere che partiamo da una prospettiva errata. O perlomeno fortemente limitata. Non possiamo negare a priori la nostra visione: se vediamo il male dobbiamo essere onesti con noi stessi e dire che quella è la nostra percezione del momento. Ma non dobbiamo assolutizzarla, né identificarci con essa. Piuttosto, dobbiamo fare un passo indietro e aspirare a illuminare la nostra mente con una nuova visione delle cose. Dobbiamo ammettere la nostra cecità, perché solo in tal modo possiamo guarire la nostra vista.

Aprire il cuore tramite la presenza per vedere che ogni attacco è una richiesta di amore

E dobbiamo desiderare intensamente di aprire il nostro cuore per vedere la realtà. Solo riempiendoci di amore possiamo vedere se un atto è una richiesta di amore o un’espansione di amore. E possiamo vedere che non c’è malvagità, non c’è cattiveria, ma solamente ignoranza e inconsapevolezza. Come diceva Socrate, chi fa il male (o ciò che è considerato come male, cioè, per noi, chi richiede amore e non lo dà al mondo) lo fa inconsapevolmente, perché non sa che cosa siano il bene e il male. Se infatti uno sapesse che cos’è il male, potrebbe scegliere se farlo oppure no. Ma chi attacca non è consapevole di ciò che sta facendo. Per di più, nella maggior parte dei casi finisce in balia dei suoi stessi impulsi, perché non riesce a dominarli ma soprattutto perché l’ego lo convince che cedere a quegli impulsi è fondamentale per la sopravvivenza.

Chi fa del “male” crede alle storie false della sua mente, che si basano su eredità ancestrali e sul bisogno di sopravvivenza a tutti i costi. Per l’ego tutto è questione di vita o di morte, quindi esso deve comportarsi così per sopravvivere. Dopodiché, sta a noi rimanere assopiti o completamente addormentati, in preda al nostro ego, oppure attivare una consapevolezza superiore che ci permetta di dominare il nostro ego e iniziare a espandere amore anziché chiederlo disperatamente. Tramite tale consapevolezza (la presenza sulle nostre reazioni ed emozioni), troviamo un centro di stabilità e amore dentro di noi, tale da non aver più bisogno di chiedere queste cose all’esterno. Al contrario, potremo offrire sostegno, sicurezza e amorevolezza al mondo intero.

Ma ci sono la guerra, la fame, la morte…

Come può ogni attacco essere una richiesta di amore se nel mondo ci sono la guerra, la fame, la morte? In realtà, tali cose non sono altro che le proiezioni su scala planetaria delle singole richieste di amore che ognuno fa nel suo piccolo. Il mondo infatti è solamente un riflesso di ciò che portiamo dentro di noi. Se ognuno di noi individualmente ha dei conflitti interiori, si sente povero, limitato, mortale, è pieno di rabbia e di odio, che cosa possiamo aspettarci che ci restituisca il mondo? Ognuno di noi è corresponsabile dei campi di prigionia in Libia, della guerra in Siria, della fame in Africa. Non lo è direttamente, ma indirettamente per via di ciò che porta dentro di sé. Se ci sentiamo responsabili anche di ciò che accade su scala planetaria, non abbiamo più limiti.

E a quel punto potremo smettere di portare guerra, fame e malattia nel mondo. Se vogliamo che le guerre finiscano, dobbiamo risolvere il nostro conflitto interiore, gli scontri tra i tanti piccoli io dentro di noi e dobbiamo trovare la pace dentro di noi. Se vogliamo che non ci siano malattie, dobbiamo guarire la nostra follia, il nostro disallineamento spirituale. E se vogliamo che non ci siano povertà e fame, dobbiamo iniziare a sentirci ricchi interiormente. Combattere la guerra, la fame e la malattia, la morte e la distruzione che vediamo fuori di noi non risolve questi problemi alla radice. E non potrebbe mai farlo. Perché? Perché i problemi sono unicamente dentro di noi: siamo noi la coscienza che crea il mondo, sia nel “bene” che nel “male”.

Riempire il vuoto di amore dentro di noi

Quindi anche la guerra, la fame e la povertà sono il risultato di un vuoto di amore dentro di noi. Se non abbiamo l’amore dentro di noi come possiamo chiedere che finiscano i conflitti e torni a regnare la pace sulla Terra? E dopotutto chi siamo noi per dire che non debba esserci la guerra o la povertà? Se in questo momento ci sono tali cose, ciò significa che hanno una ragione. Con ciò non voglio dire che siano giustificabili. Piuttosto, intendo dire che sono inevitabili alla luce di ciò che si trova dentro di noi! E infatti dentro la maggior parte di noi che cosa c’è se non un enorme vuoto di amore?

E allora assumiamoci la responsabilità di riempire questa mancanza, aprendo il nostro cuore e la nostra mente alla Verità e alla Luce che sono già dentro di noi, seppure a un livello più profondo rispetto a quello che siamo abituati a guardare. Smettiamo di rifiutare l’amore che alberga nel nostro cuore, smettiamo di cercare all’esterno dei pallidi surrogati dell’amore e rivolgiamoci all’unica fonte di pace e gioia! Non è avvelenandoci il sangue che possiamo eliminare la guerra e non è nemmeno facendo l’elemosina che possiamo risolvere la povertà nel mondo. Soltanto trovando la pace, la ricchezza e la felicità dentro di noi possiamo rendere un enorme tributo all’umanità. Infatti eleviamo la coscienza umana in base a ciò che diventiamo, non in base a ciò che abbiamo e neppure a ciò che facciamo.

L’amore è l’unica soluzione a tutti i problemi

Se ci riempiremo di amore, potremo davvero vedere che ogni attacco è una richiesta di amore, e quindi saremo in grado di rispondere con amore. Infatti l’assassino più crudele come il bambino che piange hanno esattamente bisogno della stessa cosa: solamente di amore. Dobbiamo vedere che il mondo non è altro che un grande teatro di mendicanti, disperati, folli, senza che ci sia alcun giudizio in queste definizioni. Infatti la mancanza di amore è malattia, mentre l’amore ridona la sanità e la salute spirituale, mentale e persino fisica. L’amore è la medicina più potente in assoluto. Esso è l’unica soluzione a qualsiasi problema, su scala individuale e collettiva, speciale e planetaria.

Il nostro ego può solamente alleviare il dolore, trovare soluzioni nel breve termine, dare vita a compromessi. Ma non può trovare la soluzione definitiva alla sofferenza, alla guerra, alla povertà. Solo l’amore può rispondere a questi problemi, in quanto essi sono semplicemente frutto di mancanza di amore. E come si può rimediare al vuoto di amore se non riempiendolo di amore? Qual è il modo migliore di rispondere a una richiesta di amore (anche sotto forma di attacco) se non con un atto di compassione, un gesto di comprensione e amore? Dopotutto, che cos’altro possiamo fare? Erigere barriere, difenderci o contrattaccare dà solamente l’impressione di proteggerci. In realtà alimenta il conflitto dentro e fuori di noi.

Perdonare un attacco è l’unico atto sensato

Il fatto di non voler perdonare, di portare rancore, volersi vendicare è semplicemente frutto di ignoranza. Infatti non ci rendiamo conto che in tal modo distruggiamo solo noi stessi e addirittura rendiamo più reali i torti e più pericolosi coloro che giudichiamo essere i nostri carnefici. Infatti chi apparentemente ci fa del male sta solamente chiedendo amore. E se anche noi risponderemo con un’ulteriore preghiera di amore, la sua richiesta sarà frustrata, causando maggiore sofferenza e follia nell’altra persona. In questo modo, anziché essere protetti, siamo più minacciati, poiché ci attiriamo addosso ulteriore pazzia. Dunque mancare di amore danneggia in primis noi stessi. Dobbiamo aprire gli occhi a questa verità e renderci conto che non facciamo un torto a nessuno non perdonando né facciamo un favore a noi stessi.

Le storie inventate dal nostro ego per mantenere il broncio e “non dimenticare” ciò che abbiamo subito sono semplicemente veleno iniettato nelle nostre vene. Perdonare un attacco è l’unico atto sensato che possiamo compiere. Infatti fare ciò ci ridona la pace, la salute e ci restituisce l’amore. Poi il perdono può esprimersi anche all’esterno e risolvere una situazione di tensione o sofferenza. Ma il perdono è innanzitutto ed essenzialmente un atto di amore per se stessi, un atto puramente interiore. Non devi perdonare nessuno all’esterno, ma solo lasciar andare la percezione che hai. Tale percezione è errata e non fa altro che distruggerti. Se vuoi tenerti i tuoi rancori, ciò è perfettamente possibile: ricorda solamente che ti stai negando la pace e l’amore! Non perdonare è puro autolesionismo e masochismo…

Ogni attacco è una richiesta di amore fatta nella direzione sbagliata

Ogni attacco è una richiesta di amore fatta nella direzione sbagliata. Infatti chi attacca pensa di trovare amore e felicità nel mondo, in una persona, un evento o una cosa. Può essere il proprio partner, il lavoro dei propri sogni, una sostanza. L’ego per definizione ha rifiutato la fonte di Amore e quindi non può fare altro che rivolgersi all’esterno per illudersi di poter trovare almeno una scintilla di quell’amore apparentemente negato e perduto. Ma l’idea di poter trovare l’amore all’esterno è appunto solamente un’illusione. Non a caso, quando cerchiamo amore e felicità nel mondo, la proiettiamo sempre nel futuro e in uno spazio lontano: creiamo il desiderio con la mente. Ma il desiderio è una finzione e serve all’ego per nascondere il fatto che nel mondo è impossibile trovare amore e pace.

E di tanto in tanto l’ego teme che la Verità emerga e che ci rendiamo conto che l’Amore è dentro di noi. Ha paura di ciò perché trovare l’Amore nel nostro cuore significa la sua morte. E quindi pur di negare la Verità si rivolge disperatamente al mondo, diventando folle e arrivando a commettere atti completamente insensati, come uccidere, fare la guerra, tormentare i propri simili. Quando sentiamo il vuoto di amore dentro di noi dobbiamo smettere di cercare di riempirlo con persone, attività o sostanze e rivolgerci nella direzione giusta, cioè al nostro cuore. Infatti è solo lì che potremo trovare pace e soddisfazione. Può darsi che dovremo soffrire e comportarci follemente ancora per un certo tempo, ma alla fine tutti ci accorgeremo che l’Amore che cercavamo è sempre stato dentro di noi.

Come rispondere agli attacchi con amore

Ma come possiamo rispondere agli attacchi con amore? Dobbiamo semplicemente riempire il nostro cuore di amore. Dopodiché, sarà l’amore dentro di noi a guidarci e le nostre azioni fluiranno spontanee. Inoltre, spesso non dobbiamo fare nulla di particolare per rispondere a una richiesta di amore sotto forma di attacco. Infatti in molti casi la risposta migliore è il silenzio. Il semplice fatto di non cadere in balia dei nostri meccanismi è un atto di amore. Spesso non fare qualcosa è molto più amorevole di fare qualsiasi cosa. Se non ci arrabbiamo o non ci difendiamo di fronte a un’offesa, stiamo già rispondendo con amore. La nostra semplice presenza crea un campo di amore e pace che emana da noi all’esterno, in modo del tutto spontaneo, senza che noi dobbiamo fare nulla di particolare.

Dopodiché, la presenza amorevole dentro di noi può spingerci a fare o a dire qualcosa. Ma in ogni caso la cosa in assoluto più importante è il nostro stato di coscienza, quindi ciò che siamo, e non ciò che diciamo o facciamo. Le parole o le azioni possono al limite essere una ciliegina sulla torta. Infatti l’amore non è qualcosa che si vede materialmente, per cui non ha bisogno di esprimersi fisicamente. Esso trascende i limiti della materia. E soprattutto non si attribuisce meriti. Un vero atto di amore è silenzioso, non deve neppure essere percepito. D’altro canto, per percepire l’amore dobbiamo avere una certa sensibilità e apertura. Altrimenti corriamo il rischio di considerare freddi o ingrati individui pieni di amore, che si limitano a emanare la loro presenza in silenzio.

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