Come praticare il non attaccamento

Come praticare il non attaccamento

L’attaccamento è definito dal Buddha come la causa principale della sofferenza umana. Esso nasce dall’ignoranza dell’impermanenza delle cose. In altre parole, l’uomo non si rende conto del fatto che tutto ciò che lo circonda è temporaneo, va e viene. E attaccarsi a qualcosa che sfugge è folle e insensato. Se realizzassimo profondamente la natura transitoria delle cose del mondo, smetteremmo rapidamente di soffrire. Il problema, però, è che non solo non siamo profondamente consapevoli dell’impermanenza, ma siamo così attaccati alle cose della vita da non volercene separare. Quando qualcosa ci viene portato via, anziché vederlo come una lezione di vita, diciamo che non è il momento di essere spirituali. Proprio quando dovremmo praticare il non attaccamento, finiamo col resistere più intensamente alla realtà.

Siamo attaccati al corpo, alla salute, all’identità di forma, ai beni materiali, alla famiglia, agli amici. Ci dimentichiamo che un giorno o l’altro ognuna di queste cose ci verrà portata via. Pur di non ammettere tale verità, allontaniamo la morte dalle nostre menti, pensando di fare una buona cosa. In realtà, dimenticandoci della morte, smettiamo di vivere, perché vita e morte sono due elementi inseparabili. Perlomeno, lo sono nella misura in cui li intendiamo normalmente. In verità, c’è una Vita eterna alla quale possiamo accedere, dove gli opposti di vita e morte, piacere e dolore collassano in un’unità senza tempo né forma. Ma per entrare in quella Vita, nel Regno dei Cieli, dobbiamo prima rinunciare all’attaccamento al regno terreno. Perché? Perché la forza dei nostri attaccamenti è un’energia di resistenza, che ci impedisce l’ingresso alla vera Vita.

L’attaccamento è la causa originaria della sofferenza

L’attaccamento, sottolinea il Buddha, è la prima causa della sofferenza. Perché? Perché è negazione della Verità. La Verità impone che solo Dio, lo Spirito, il Sé sia imperituro e viva per sempre. Da ciò ne consegue che nessun’altra cosa può avere il carattere dell’eternità. Ciò significa che attaccarsi a ciò che è impermanente implica voltare le spalle alla verità e credere nell’illusione. In Oriente si è sempre detto che questo mondo è Maya, finzione. L’ignoranza di tutto questo dà origine alla sofferenza. Non è, quindi, il ladro che ci ruba il portafoglio a farci soffrire, quanto il nostro attaccamento al denaro e a ciò che esso rappresenta. Non è il criminale che uccide un nostro caro a portarci via la felicità, ma il nostro attaccamento alla sua vita. Dimentichiamo che tutti condividiamo la stessa Vita, e nessuno può davvero morire.

Non c’è nessun figlio morto, nessun reale furto: ciò può apparire insensato a prima vista. Capisco che dire queste cose possa sembrare frutto di insensibilità: la sofferenza per la morte di qualcuno, per una tragedia, un incidente o una perdita appare terribilmente come reale e va rispettata. In fondo la sofferenza è un’illusione, ma quando la viviamo non percepiamo questa verità e non avrebbe senso negare ciò che sperimentiamo. Tuttavia, possiamo aprire gli occhi e il cuore per guardare in faccia la verità e riflettere. La vita magari ci ha portato via un caro troppo presto o ci ha fatto qualcosa di crudele, ma se pensiamo che avremo al massimo una manciata di anni da vivere su questo pianeta, perché ne facciamo un problema così grande? Tutto va e viene, anche la nostra disperazione è temporanea, perché dobbiamo attaccarci anche al nostro dolore?

Il non attaccamento non implica scelte estreme e neppure cambiamenti esterni

Non voglio iniziare la solita ramanzina contro il materialismo. Il problema, infatti, non è nel godere dei piaceri della vita, delle relazioni, della salute. Il problema sorge nel momento in cui facciamo dipendere la nostra felicità, sicurezza e realizzazione da tali cose. Non c’è nulla di male nel desiderare un partner ideale, una famiglia benestante, un lavoro soddisfacente, uno stipendio elevato, una salute di ferro. Ma è necessario che tali desideri non diventino intensi al punto da renderci ciechi. Ognuno di noi, evolutivamente, deve sperimentare l’attaccamento, e non possiamo pretendere di diventare improvvisamente un Buddha né sentirci in colpa per il nostro materialismo. Non c’è nulla di male o di sbagliato nell’attaccamento. Semplicemente, esso causa sofferenza, ma non c’è scritto da nessuna parte che sia obbligatorio liberarsi da ogni attaccamento in questo preciso istante.

In ogni caso, iniziare a praticare il non attaccamento può davvero essere liberatorio. Tornare in contatto con la nostra dimensione spirituale e creare un “distacco” dalle cose della vita ci permette di raggiungere la pace interiore e una serenità sempre maggiore. In verità infatti abbandonare il materialismo è una via verso la felicità, non certo è una scelta riservata a qualche guru che stupidamente si allontana da tutto e da tutti per puntare il dito contro la superficialità dei suoi simili. Il non attaccamento non è ritiro dalla vita, rifiuto e abbandono della materia, ma è riconoscimento della necessità di non derivare la propria felicità da essa. Tutto qui: non si tratta di una scelta esterna, ma di un atteggiamento interiore.

Puoi anche continuare a fare l’amore con cento vergini a settimana, se sei preoccupato per questo: non è ciò che fai che determina la qualità del tuo (non) attaccamento, ma il perché lo fai, come e soprattutto a quale scopo.

Il mondo odierno alimenta l’attaccamento

Il mondo odierno alimenta l’attaccamento. Si è sempre detto che la nostra società è materialista e consumista. Ciò è vero, purché non si prenda questa affermazione come giudizio morale. Abbiamo infatti detto che il materialismo non è qualcosa da condannare moralmente. Chi condanna il materialismo in modo giudicante lo fa perché proietta la sua colpa, i suoi desideri e il suo stesso materialismo all’esterno. La legge dello specchio vale ovviamente anche in questo caso. Del resto, rifiutare in tal modo il materialismo può essere più un ostacolo alla crescita che non una motivazione a evolversi. Condannare il materialismo senza guadarsi dentro per conoscere le proprie ombre porta a rimanere paralizzati e bloccati dalla propria stessa critica alla “degenerazione dei costumi”. Riempirsi la bocca di belle parole è spesso una scusa per non lavorare su di sé.

Ciò che il “moralista” vede all’esterno è la propria perversione, e col suo giudizio non fa altro che contribuire alla “corruzione” che vede all’esterno. Se ognuno di noi guardasse dentro di sé, scoprirebbe che ciò che rimprovera negli altri è una parte di lui, che aspettava solo di essere osservata anziché proiettata all’esterno. E in questo modo possiamo capire perché la società odierna è quella che è: perché ognuno di noi, in primis colui che pensa di essere immune a ogni “perversione”, è perverso: non perverso per natura, ma nel senso che porta dentro di sé un lato oscuro che va illuminato.

Come praticare il non attaccamento guardando dentro di sé

E così possiamo accorgerci di come il “libertinaggio” che vediamo all’esterno sia il nostro desiderio selvaggio di libertà e che in fondo noi stessi vorremmo sfogare i nostri impulsi senza freno. La superficialità del mondo non è altro che il nostro attaccamento alle cose materiali o comunque alle faccende del mondo, la nostra mancanza di spiritualità, la nostra “animalità”. La corruzione dei costumi non è altro che l’espressione del nostro desiderio inespresso di non avere regole. Chi critica il sesso sfrenato in realtà vorrebbe essere al posto del lussurioso di turno nei confronti del quale scarica tutta la propria bile. Colui che vede il marcio della società, delle nuove generazioni, dei nuovi tempi, si sta ribellando in realtà contro la voce critica nella sua testa che lo ha sempre inibito. Ciò che reprimiamo dentro di noi, lo rifiutiamo e lo proiettiamo e giudichiamo all’esterno.

Ecco perché se vuoi sapere come iniziare a praticare il non attaccamento è necessario che guardi umilmente dentro di te, per assumerti la responsabilità dei giudizi e delle proiezioni che fai. Devi riconoscere il tuo lato oscuro: esso non è un peccato. Anzi, è proprio il fatto di considerarlo peccaminoso a portarti a rifiutarlo e a vederlo fuori di te. Ognuno di noi ha un lato “oscuro”, che in realtà non è altro che la nostra “eredità bestiale”, senza che ci sia nulla di male in questo. Ognuno ha una propria animalità che va accettata e integrata. Che cosa c’entra questo con l’attaccamento? C’entra eccome! Infatti per praticare il non attaccamento dobbiamo innanzitutto riconoscere quanto siamo attaccati ai nostri impulsi e alla nostra “essenza materialistica”.

L’essenza materialistica dell’uomo

Infatti il “materialismo” e l’attaccamento discendono dalla nostra natura animale (senza che ci sia nulla da condannare, ripeto, in questo). Più semplicemente, ci attacchiamo alle cose perché ci identifichiamo con un corpo che deve sopravvivere in tutti i modi possibili. Ci sentiamo finiti, limitati e mortali e per questo consideriamo le cose del mondo come la nostra salvezza, ciò senza di cui non potremmo vivere. Così, ogni volta che ci viene tolto qualcosa, la nostra animalità innata inizia a guaire, ruggire e ululare. Ciò avviene perché abbiamo assunto la nostra animalità come idolo, abbiamo fatto del corpo che abitiamo la nostra identità anziché il tempio in cui momentaneamente risiediamo. Per questo siamo materialisti, superficiali, preoccupati per che cosa potremmo perdere o guadagnare, giudicanti e intolleranti, arrabbiati e pieni di acredine. Ognuno di noi “è” queste cose in varia misura.

Ma nessuno (tranne rarissimi casi) può dirsi immune a tutto ciò. Dobbiamo ammettere che siamo ossessionati dalla nostra sopravvivenza e dal nostro piccolo ego al punto da fare qualunque cosa pur di mantenerlo in vita. Non ci vuole molto perché (quasi) ognuno di noi si trasformi in una bestia assetata di sangue. Ci arrabbiamo perché ci vengono portati via cento euro: ma se ci comportiamo in questo modo, che cosa faremmo se ci venisse tolto il pane? Se ci mostriamo attaccati alle cose più piccole e meno importanti, di fronte a ciò che davvero minaccia la nostra sopravvivenza che cosa faremmo? La risposta è chiara: una tragedia ci spinge alla disperazione, talvolta al suicidio, ci fa tornare a essere delle bestie – oppure dei poveri agnellini in cerca di cibo. Ripeto: tutto ciò non è una colpa, non è un peccato. Ma non possiamo ignorare questa parte di noi.

Riconoscere la nostra “animalità” è il primo passo per praticare il non attaccamento

Il primo passo per praticare il non attaccamento è dunque quello di riconoscere il nostro lato “bestiale”, selvatico, oscuro. Ciò è assai difficile poiché siamo stati abituati a giudicarlo, a rifiutarlo, a proiettarlo sugli altri, a reprimerlo, a considerarlo fonte di vergogna. Non è un caso che quasi tutti i termini legati a questa parte di noi contengano un giudizio morale, una condanna implicita. Il linguaggio, in questo caso, è un ostacolo enorme a guardare dentro di noi. In più, la nostra educazione ha sottolineato la “cattiveria” di certe cose, la Chiesa le ha condannate come peccati o tentazioni diaboliche. Siamo stati condizionati enormemente a non guardare dentro di noi. E se anche proviamo a guardare, la lente distorcente del giudizio ci impedisce di vedere davvero. Non ammettiamo a nessuno, nemmeno a noi stessi, come uccideremmo quel tale che ci ha superato in coda.

Non possiamo rivelare che cosa pensiamo di quella persona che ci infastidisce. E non ammettiamo che quando siamo in preda alla rabbia vorremmo fare stragi, se solo non avessimo paura delle conseguenze e non fossimo frenati da una vocina che ci fa vergognare e sentire in colpa, ci impaurisce e tiene a bada i nostri impulsi primordiali. Non ammettiamo quali sogni erotici abbiamo. E nascondiamo tutti i pensieri di amarezza, odio, acredine che la nostra mente formula contro i nostri stessi cari, il nostro partner, i nostri figli. Se non partiamo dal riconoscere tutto ciò dentro di noi, come pensiamo di poter praticare il non attaccamento? Risulterà molto difficile. Infatti l’attaccamento è insito nella nostra identificazione con l’ego, la nostra parte animale.

Dall’animalità alla spiritualità: come praticare il non attaccamento

Una volta riconosciuta l’animalità che è in te, devi accettarla senza giudizio, smettere di proiettarla all’esterno, assumertene la responsabilità. Puoi fare questo solo se riscopri una dimensione più alta dentro di te e inizi a identificarti con essa. Finché pensi di essere un corpo con infiniti bisogni, impulsi e desideri, non puoi pensare di praticare il non attaccamento. Altrimenti esso potrebbe essere usato come una scusa dell’ego per nascondere più a fondo il tuo “lato oscuro” e poter giudicare ancora più rabbiosamente gli altri, dall’alto della tua scelta di vita riservata a “pochi eletti”. Devi connetterti con la tua dimensione spirituale. Ciò non significa fare complesse canalizzazioni o rituali. Semplicemente, devi per prima cosa riconoscere ciò che ti rende essere umano più di tutto.

Ciascuno di noi ride, pensa, ama (a suo modo), scherza, gioca, apprezza la bellezza, condivide, parla, esprime le sue opinioni. Tutte queste cose non sono certo “bestiali”. Riconnettersi con la propria parte spirituale significa focalizzarsi maggiormente su queste cose e farle crescere dentro di sé. Quindi, per praticare il non attaccamento è essenziale che coltivi il tuo sé spirituale, in modo da costruire una sorta di “nuova casa” che ti faccia sentire al sicuro e felice e ti permetta dunque di smettere di essere ossessionato dalla materialità, per poterti attaccare via via sempre meno alle “cose del mondo”. Non puoi pensare di praticare il non attaccamento senza avere almeno un minimo – dico un minimo – di propensione alla spiritualità! Altrimenti il tuo ego è abile a servirsi del non attaccamento per i suoi scopi.

Dal corpo allo spirito: scopri chi sei veramente

È fondamentale che tu scopra chi sei veramente al di là della forma fisica. Finché ti sentirai un corpo e una mente separati dal Tutto, non potrai fare molti progressi. È proprio l’identificazione con il corpo a perpetuare l’animalità, l’attaccamento, il materialismo. Per questo devi riscoprire la tua essenza divina e diventare tutt’uno con essa. Per fare ciò, puoi approfondire il mio articolo al riguardo. Idealmente, dovresti comunque avere un qualche accesso a una dimensione di pace e serenità dentro di te, un qualche barlume di amore e visione del cuore. Non importa quanto piccolo, ma è in ogni caso necessaria una almeno minima connessione con la tua parte trascendente: devi sentire che c’è qualcosa oltre la materia e concentrarti sul tuo spirito! Se senti o pensi che ci sia solo materia, praticare il non attaccamento servirà agli scopi del tuo ego e non riusciresti a ottenere alcun risultato sensato.

Questo punto è secondo me fondamentale per ogni questione spirituale: troppe persone oggi si avvicinano a pratiche solo per migliorare la loro vita esterna. Ciò non è un male di per sé, però è sempre fondamentale comprendere la ragione alla base delle nostre scelte. Non possiamo mentire a noi stessi: se il nostro obiettivo è meditare per essere più lucidi e intelligenti e guadagnare di più, ciò va benissimo, ma è importante che siamo consapevoli di ciò che guida le nostre scelte! Allo stesso modo, è assolutamente legittimo voler praticare il non attaccamento per trovare un po’ di sollievo dallo stress o vivere più serenamente, ma è in ogni caso indispensabile essere al corrente della motivazione delle nostre azioni e non nasconderla.

Perché vuoi praticare il non attaccamento?

È anche vero che spesso chi si avvicina alla spiritualità lo fa perché vuole trovare un’alternativa, e quindi è mosso dall’ego, e solo in alcuni casi il suo percorso diventa serio. In ogni caso, chiediti perché vuoi praticare il non attaccamento. Che cosa vuoi ottenere da ciò? Sii onesto con te stesso. Se non riesci a trovare una ragione sensata a ciò, non farne un problema. Magari stai solo leggendo questo articolo per caso, e va bene così! Ma se sei davvero intenzionato/a a praticare il non attaccamento come percorso spirituale e di crescita, questo è ottimo! Ti dirò di più: il non attaccamento non è tanto una pratica, quanto la conseguenza del diventare spirituali. Che cosa significa ciò?

Il non attaccamento è in verità una misura di quanto sei spirituale. Infatti la spiritualità è per definizione non attaccamento alle cose terrene, non nel senso di distacco e rifiuto, ma nel senso di trascendenza di queste in nome di una dimensione più alta. Semplicemente, quando sei “spirituale” tendi in maniera naturale a perdere interesse per le cose materiali, per i risultati delle tue azioni, per il giudizio degli altri. E lo fai perché sei connesso con qualcosa di molto più grande, soddisfacente e che ti rende molto più felice, gioioso e in armonia. A questo proposito, non ha molto senso cercare dei modi per ”allontanarsi dalle cose di questo mondo”, perché ciò è piuttosto il risultato di una trasformazione interiore profonda. Ciò non toglie che si possa comunque praticare la via del non attaccamento come mezzo di evoluzione spirituale!

Il non attaccamento è il fine a cui tendere, non il mezzo

Per prima cosa, è necessario sottolineare che l’attaccamento è il fine a cui tendere, non il mezzo. I mezzi sono le tecniche per giungere al non attaccamento. È un po’ come la meditazione: essa è uno stato dell’essere, mentre le tecniche meditative sono i mezzi che si propongono di portare alla realizzazione di tale stato. Quindi l’idea di praticare il non attaccamento è una semplificazione o addirittura una distorsione, che nasce dalla convinzione che il non attaccamento sia una qualche forma di pratica. In realtà, come dicevamo poco fa, il non attaccamento è una qualità dell’essere spirituali, è una “virtù” che si sviluppa di volta in volta sulla strada verso il ritorno all’Uno. Il non attaccamento non è qualcosa che fai, ma è qualcosa che sei, un modo di essere. Perché sto ripetendo ciò così tanto?

Perché voglio ricordare quanto sia importante tenere sempre in considerazione il fatto che la spiritualità non è un fare o un insieme di pratiche, ma un modo di essere nel mondo. Da ciò ne consegue che più sei seriamente impegnato su un cammino di crescita e più diventi realmente spirituale (e cioè non sei una persona che si identifica con l’etichetta di “spirituale”, ma vivi in accordo con la vera spiritualità), meno attaccato sarai alle “cose del mondo”. Voglio cioè dire che se hai compiuto un qualunque percorso spirituale serio, hai già fatto l’80% del lavoro per “raggiungere” il non attaccamento. Le tecniche che servono nello specifico per “praticare” il non attaccamento funzionano solo se applicate all’interno di un cammino più ampio, e in questo modo rafforzano il processo di evoluzione.

Come praticare il non attaccamento: le tecniche

Detto questo, ci sono delle tecniche o dei modi per praticare il non attaccamento? Sì, la pratica più importante è il Karma Yoga. Esso consiste nello svolgere le attività della giornata rifiutando di attribuirsi il merito di averle fatte e di rivendicare i frutti delle proprie azioni, che sono offerti a Dio. Un’attività svolta senza attaccamento è un servizio, poiché è svolta senza il gravame dell’ego. Tale attività risulta molto più creativa, meno meccanica, impregnata di una qualità divina, senza il filtro inquinante di un ego separato. È chiaro, come avrai già capito, che per svolgere un’attività di questo tipo devi già precedentemente aver lavorato per disfare il tuo ego.

Ecco perché ho insistito nel sottolineare come l’80% del lavoro dipenda da un percorso spirituale già intrapreso. Puoi anche decidere di intraprendere solo la via del Karma Yoga, ma in tal caso dovrai assicurarti di badare a numerose grandi e piccole cose che potrebbero ostacolare il tuo sentiero. Praticare il non attaccamento svincolato da qualsiasi altro percorso è sicuramente possibile, ma per nulla facile. Ad esempio, è bene innanzitutto sapere che cosa sia l’ego e come si comporti, quali sono i suoi meccanismi di funzionamento e i suoi punti di forza e di vulnerabilità. Che cosa significa infatti agire senza ego nella pratica?

Significa letteralmente dimenticarsi di sé (del piccolo sé), dei suoi bisogni, obiettivi e desideri, resistenze e interpretazioni. E ti renderai conto che per fare una cosa del genere è necessaria una certa consapevolezza di come l’ego tenda ad appropriarsi dei frutti delle azioni. Ti può essere utile sapere che in realtà non è mai il tuo ego a compiere un’azione poiché esso è un’identità illusoria. È sempre e solo la Vita stessa ad agire, soltanto che l’ego si attribuisce il merito e afferma di essere lui l’artefice.

Come seguire al meglio la via del non attaccamento

Per seguire al meglio la via del non attaccamento, puoi scegliere un simbolo al quale offrire i risultati delle tue azioni. Puoi scegliere Dio, la Vita, l’Amore o qualunque altro segno che consideri essere degno di ricevere la tua “offerta”. Per capire se stai agendo o meno con l’ego, basta che guardi alla tua esperienza diretta: se c’è tensione, stress, ansia, agitazione, paura oppure orgoglio, soddisfazione personale e senso di grandezza in ciò che fai, significa che alla base delle tue attività c’è l’ego. Se invece non c’è negatività, ma al contrario sperimenti entusiasmo, passione, gioia e leggerezza, entri nel flow e ti senti tutt’uno con ciò che stai facendo, allora stai agendo senza ego. Infatti l’ego è contrario alla vita, per cui quando sei in sua balia, soffri perché stai resistendo alla realtà.

Quando invece metti da parte l’ego, sei libero dalla sofferenza perché smetti di resistere, di interporre qualcosa che non c’è. L’ego, infatti, non esiste, e ci vuole un enorme sforzo e tantissima tensione per dargli potere e mantenerlo apparentemente vivo. A farti soffrire è proprio il tuo ego, quindi se sei in pace e non senti attrito mentre fai qualcosa, stai applicando il non attaccamento, sei nel momento presente e sei libero dalla sofferenza. Ogni volta che senti tensioni (anche fisiche), frenesia, frustrazione, impazienza, puoi star certo che in qualche modo stai tenendo vivo l’ego. Inoltre, un’azione priva di attaccamento è svolta rimanendo pienamente nel presente, per cui la tua attività non può essere vista come un mezzo per un fine, un ostacolo da eliminare per raggiungere qualcosa nel futuro.

Accorgimenti per praticare il non attaccamento

Dopodiché, un lavoro compiuto senza attaccamento ti lascia leggero, soddisfatto (non da un punto di vista personale, ma completo e in pace), sereno e senza pensieri. Tale lavoro è compiuto senza sforzo, accade in maniera naturale e spontanea, viene da sé, come per mano di Dio. Quindi, una misura della tua riuscita nella pratica del non attaccamento è valutare quanto sforzo c’è nelle tue azioni o, viceversa, quanto esse fluiscono spontaneamente attraverso di te invece che a causa tua. Tu sei un mezzo tramite il quale si manifesta la volontà di Dio, non c’è nessun Io separato che fa le cose! Realizzare questo ti può davvero aiutare: se infatti tu non devi fare altro che “farti canale” di una volontà superiore, puoi rilassarti, smettere di preoccuparti e di essere ossessionato e impaurito.

In ogni caso, non puoi controllare i risultati delle tue azioni: al limite, il tuo ego contribuisce a peggiorare i risultati. Infatti quando vuoi a tutti i costi raggiungere un certo risultato o hai paura di non ottenerlo, rischi di sabotare i tuoi sforzi e di ottenere il contrario di ciò che desideri. Non puoi manipolare la realtà. D’altra parte, quando sei tutt’uno con ciò che fai, può fluire la creatività, sei rilassato e quindi molto più efficiente, puoi seguire il flusso e sei in armonia con il momento presente. E ciò è benefico sia per la tua produttività che per la tua salute. Quindi, in realtà non c’è alcun motivo per desiderare di raggiungere qualcosa. Anche perché nessun risultato potrà darti la felicità: infatti l’ego per sua natura cerca senza mai trovare.

Ultimi consigli preziosi per agire senza ego

Un modo efficace per fare qualcosa senza attaccamento è il servizio al prossimo tramite il volontariato. Ma in ogni caso non è importante ciò che fai, quanto la motivazione alla base delle tue azioni. Chiediti sempre che cosa ti spinge a fare qualcosa: potresti fare del volontariato eppure farlo per rafforzare la tua identità di persona buona e altruista. Stai attento al bisogno di riconoscimento, al desiderio di potere e di successo. Molte azioni inoltre sono motivate dalla colpa: non è detto che aiutare una persona bisognosa sia veramente un’azione priva di ego, se ci sentiamo obbligati a farlo da un senso di colpa. Altre azioni sono motivate dalla paura. Alcune semplicemente dall’orgoglio, poiché facendo alcune cose ci sentiamo “realizzati”, possiamo dire che siamo bravi e capaci. Molte azioni vengono compiute in risposta a ossessioni della mente: preoccupazioni per la salute e per la propria identità.

Non devi improvvisamente smettere di fare ciò che fai, ma piuttosto scegliere una motivazione diversa e smettere di inseguire ossessivamente obiettivi futuri. L’unica ricompensa che puoi avere infatti è la gioia del momento presente: ogni altra cosa è solamente un’idea nella mente per perpetuare la separazione. Ciò, come ripeto sempre, non significa smettere di avere obiettivi o piani per il futuro, quanto non trascurare di vivere nel presente in nome di un futuro immaginato soltanto nella testa. Un altro esercizio utile può essere chiederti quali sono le cose che se ti venissero portate via ti farebbero impazzire. Più sei attaccato a una cosa, più soffriresti nel caso in cui la perdessi. Ricorda sempre che alla fine la morte ti separerà da tutto, compreso il tuo corpo, per cui non ha senso crearti qualunque idolo!

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