Come uscire dalla meccanicità

Come uscire dalla meccanicità

La quasi totalità degli esseri umani pensa di essere sveglia. In realtà, è in uno stato di profondo addormentamento. Non a caso, pensare di essere svegli è uno dei primi sintomi sperimentato da chi sta sognando. Iniziare ad accorgersi di essere addormentati significa iniziare a svegliarsi. Finché però siamo convinti al 100% di essere svegli, ci stiamo perdendo una fantastica opportunità. Qual è questa fantastica opportunità? È l’opportunità di svegliarsi e vivere da svegli. A parte credere di essere svegli, il sintomo più forte dell’addormentamento è la meccanicità. Che cos’è la meccanicità e come uscire dalla trappola dell’addormentamento? La meccanicità è un insieme di comportamenti, pensieri e reazioni che scaturiscono da un programma e non da una volontà cosciente.

La maggior parte delle persone si arrabbia se viene insultata. Soffre se il partner lo lascia. Ha paura se le viene detto che c’è un virus. Se c’è la crisi anche la gente va in crisi. E se scatta un allarme in un supermercato, tutti si fanno prendere dal panico. Insomma, basta premere un bottone per far scattare la reazione voluta. Alcuni conoscono bene la meccanicità umana, sono esperti di psicologia (non quella che si studia sui libri, ma quella pratica). C’è chi la sfrutta a vantaggio dell’uomo, per la sua evoluzione. Ma c’è anche chi la sfrutta per fini manipolatori: non c’è nulla di complottista in questo. Non ci vuole molto per capire che i punti deboli della psiche sono sfruttati in modo geniale. Basta guardare come si è trasformata la società in seguito alla pandemia. Basta un virus invisibile per sconvolgere l’intero assetto planetario.

Ciò indica che l’umanità è molto fragile, in quanto non è padrona della propria psiche.

Come uscire dalla meccanicità

Prima di accusare le banche, la finanza, le case farmaceutiche e le multinazionali, è doveroso fermarsi un attimo. Infatti le catene non sono all’esterno. Chi ci manipola non è direttamente nessuno fuori di noi: semplicemente si serve dei nostri punti deboli, delle nostre fragilità, poiché le conosce meglio di noi. In verità siamo manipolabili finché siamo schiavi dentro. L’unica vera schiavitù è interiore. Ciò può essere per certi versi deprimente. In realtà si tratta di una rivelazione straordinaria. Se infatti l’unica schiavitù è interna, ne deriva che la sola e unica libertà è ugualmente interiore. Ciò significa che non dobbiamo combattere contro nessun padrone, accusare nessuno né “cambiare il mondo” per essere felici e liberi. L’unica schiavitù consiste nell’essere dominati dalla propria mente. Non esiste nessun’altra prigione che non sia quella che ognuno di noi costruisce per sé stesso.

Sì, hai capito bene: non esistono prigioni all’esterno. Non c’è nessun governo ladro, nessuna multinazionale avida di potere, nessun criminale… Ma come? Dire questo non significa negare la realtà? In verità esiste un governo ladro o una finanza criminale finché siamo noi a mantenere all’esterno i nostri padroni. I padroni che vediamo all’esterno li abbiamo creati noi, come umanità. E nessuno può esimersi dalla responsabilità di averli creati. Infatti il mondo esterno è solamente un riflesso, non ha potere: se ci sono padroni fuori di noi, ciò significa che siamo schiavi interiormente. Si tratta di un’ammissione che ognuno di noi dovrebbe fare umilmente.

L’ammissione della schiavitù è il presupposto per la liberazione

Ammettere di essere schiavi, meccanici e addormentati è il primo passo per risvegliarsi. Come può uno schiavo affrancarsi se pensa di essere libero? L’illusione di essere liberi, svegli e padroni di sé (rilanciata dalle carte di diritti, le pubblicità che invitano a scegliere “liberamente”, l’educazione scolastica e la formazione culturale propugnata da rotocalchi e giornali) è il modo più semplice con cui perpetuiamo la nostra schiavitù. Anche in questo caso c’è chi ha interesse a sfruttare questa illusione, ma anche ora non dobbiamo puntare il dito all’esterno e piuttosto guardare lo schiavo dentro di noi! All’inizio ammettere di essere schiavi può essere duro. Come può una persona che ha faticato tutta la vita per costruire qualcosa di dignitoso riconoscere di essere uno schiavo?

Ciò non vorrebbe dire mandare all’aria tutti i suoi sforzi, rivelare l’inutilità dei suoi sacrifici, ammettere di aver perseguito i sogni di un addormentato? In parte sì, ma in gran parte no. Infatti nulla che abbiamo fatto finora può essere di ostacolo per creare un “piano di fuga dalla prigione”. Prima di potersi liberare, lo schiavo deve fare per un po’ la vita di uno schiavo, altrimenti come può sapere che fuori c’è qualcosa di meglio? In ogni caso, non importa se siamo ricchi o poveri, felici o infelici: dobbiamo tutti ammettere, prima o poi, di non essere mai stati padroni di noi stessi. O perlomeno dobbiamo riconoscere che la nostra libertà è stata davvero poca, effimera e insoddisfacente.

Per uscire dalla meccanicità bisogna capire che cos’è

Per uscire dalla meccanicità dobbiamo capire che cos’è esattamente questa meccanicità. Dobbiamo ammettere che finora la maggior parte delle nostre azioni, scelte, comportamenti, reazioni sono stati frutto di condizionamenti, programmi ed eredità ancestrali. Non possiamo essere liberi finché qualcun altro ci fa arrabbiare, spaventare, intimorire, ci ferisce o ci umilia. Tutte queste reazioni sono automatiche: non le scegliamo noi. O perlomeno non le scegliamo consapevolmente: le vogliamo a un livello inconscio, ma non abbiamo alcun controllo su di esse. E così per la maggior parte di noi basta premere un tasto per far scattare la reazione: non si tratta di qualcosa di troppo diverso dall’istinto di un animale.

Fortunatamente, una certa consapevolezza dentro di noi ci permette di moderare le reazioni, sublimarle, attenuarle. Ma dobbiamo ammettere che nella maggior parte dei casi non siamo abbastanza abili e finiamo in preda alla nostra reattività inconsapevole. E anche se moderiamo le nostre reazioni, crediamo alle storie inventate dalla nostra mente. Crediamo, ad esempio, che quando qualcuno ci insulta ci stia davvero facendo del male e quindi noi abbiamo il diritto di reagire. Oppure crediamo che se qualcuno ci fa un torto stiamo subendo un’ingiustizia e che quindi è giusto fargliela pagare. O ancora, se il nostro partner ci lascia, riteniamo bene considerarlo un traditore e non perdonarlo. Oppure, se lo perdoniamo, riteniamo di essere stati comunque traditi.

La mente egoica è cieca

Innanzitutto, quindi, a mantenerci addormentati è la falsa visione del nostro ego. Attraverso la mente, creiamo un mondo fatto di interpretazioni e storie. Diamo un nome alle cose, etichettiamo gli eventi e li giudichiamo in un certo modo, in base a ciò che è più utile per la nostra sopravvivenza o, meglio, per la sopravvivenza di una parte minuscola di noi, che però si è ingigantita e ha preso il sopravvento: la mente. Letteralmente non vediamo la realtà per quella che è: nel 99% dei casi siamo vittima delle nostre stesse percezioni e interpretazioni e delle nostre proiezioni. Se ad esempio qualcuno ci insulta, crediamo che ci stia facendo del male e lo consideriamo una persona cattiva. In base a tale giudizio, ci comportiamo di conseguenza. Eppure in verità nessuno ci ha mai davvero fatto del male e nessuno è mai stato cattivo.

Com’è possibile? Ciò è possibile perché ciò che vediamo dipende da quanto siamo addormentati. Il nostro addormentamento colora le nostre percezioni e ci fa vedere cose completamente false, ovvero filtrate dai bisogni della personalità. In particolare, vediamo una realtà condizionata dal nostro sentirci dei corpi separati, fragili, vulnerabili e mortali. A questo punto, è facile capire perché abbiamo paura quando qualcuno ci insegue, perché ci sentiamo soli se il nostro partner ci lascia, perché ci sentiamo feriti se qualcuno ci insulta. Tutto ha una logica nel sistema dell’ego. Ma l’ego fa parte del sogno. Fuori dal sogno c’è una realtà completamente diversa. Eppure la mente egoica ha il potere di farci credere vero ciò che è completamente falso. E in questo modo ci sembra di avere davvero paura, di essere realmente arrabbiati, feriti o soli.

Come uscire dalla meccanicità vedendo che siamo degli zombie

L’addormentamento e la meccanicità partono dunque dalla visione errata della realtà, condizionata dal sistema dell’ego. In base alle credenze dell’ego, programmiamo il nostro subconscio. E così creiamo forme-pensiero che vanno a creare determinate emozioni, campi di energia e stati d’animo che ci perseguitano per tutto il tempo. E tali energie danno vita alla meccanicità dei comportamenti, delle reazioni, di ulteriori pensieri compulsivi, dell’inconsapevolezza. Così accade che iniziamo a vivere come degli zombie, seguendo inconsciamente dei programmi che non servono ad altro che a mantenere viva l’illusione. In questo modo, diventiamo schiavi di noi stessi. Più precisamente, alieniamo il nostro potere, la nostra libertà e la nostra felicità per assegnarla a un piccolissimo “organo”: la nostra mente.

Se vogliamo uscire dalla meccanicità, dobbiamo riconoscere di essere a tutti gli effetti degli zombie. Infatti la quasi totalità delle nostre azioni proviene da bisogni che non sono nostri, impulsi estranei, condizionamenti esterni. In generale, si tratta dei bisogni della personalità e della sopravvivenza della macchina biologica. Così, ci vediamo costretti a mangiare, bere e dormire. E fin qui possiamo anche essere d’accordo. Ma dopodiché creiamo una serie di falsi bisogni, come quello di riconoscimento sociale, potere, fama, successo, sesso, piacere, e false paure, come quella del giudizio degli altri, di morire, di fallire, di soffrire. E in base a tali bisogni e paure programmiamo il nostro subconscio e creiamo una vita d’inferno.

Scambiamo noi stessi per una macchina da sopravvivenza

La maggior parte di noi conduce una vita esclusivamente per soddisfare i bisogni, i desideri e allontanare le paure della sua macchina biologica, scambiando lo strumento che abita con la propria identità. La credenza alla base di tutta questa follia è la convinzione che la nostra vita e identità sia limitata a quella del nostro corpo e della nostra mente, insomma è l’identificazione con l’ego. Da tale identificazione scaturisce un’enorme serie di problemi di cui non parleremo. In generale, ogni cosa di cui ci preoccupiamo, per cui ci arrabbiamo, di cui abbiamo paura è solo frutto del nostro crederci dei corpi separati che devono essere protetti. Infatti alla base di quasi ogni problema e preoccupazione c’è la paura della morte.

Temiamo più di ogni cosa la morte del nostro apparato psicofisico, perché crediamo che in esso sia contenuta tutta la nostra identità. E pensiamo che se muore quello, moriremo anche noi. Così creiamo l’inferno, perché effettivamente dobbiamo fare di tutto per sopravvivere, sentendoci continuamente minacciati e in pericolo fisicamente e psicologicamente. Tutto diviene una questione di vita e di morte, e quindi fonte di enorme stress e tensione: così prendiamo tutto maledettamente sul serio e cadiamo nella depressione e nella disperazione, schiavi inconsapevoli dei bisogni di qualcosa che non siamo. Siamo costretti a prendere tutto sul personale, perché un’offesa alla nostra mente diminuisce il nostro senso di identità proprio come un colpo ci procura dolore fisico.

Quando siamo addormentati condividiamo le sorti del nostro apparato psicofisico

Proviamo dolore quando siamo insultati, criticati, giudicati, lasciati, feriti perché ci identifichiamo con il dolore del nostro apparato psicofisico. Accade così che condividiamo in tutto e per tutto le sorti del nostro ego. Se il nostro ego è colpito, noi ci sentiamo colpiti. Se subiamo un tradimento, noi ci sentiamo traditi. E se qualcuno fa del male al nostro corpo, noi proviamo dolore. E se il nostro ego dice di essere libero, noi ci sentiamo liberi, mentre se lui si sente schiavo, anche noi ci sentiamo schiavi. In questo modo, accade che pensiamo che essere liberi significhi “fare ciò che si vuole” (cioè ciò che vuole il nostro ego). In realtà fare ciò che si vuole significa essere completamente in balia dei meccanismi della propria macchina biologica.

Infatti gli stessi impulsi dell’ego sono in realtà dei bisogni da soddisfare, e ogni bisogno non è certo espressione di libera volontà, ma di schiavitù. Persino creare la vita dei propri sogni è nella maggior parte dei casi uno stratagemma dell’ego, che afferma che si sentirà libero e felice solamente se vedrà esauditi tutti i propri desideri. Non è un caso che nella maggior parte dei casi chi raggiunge grande successo e grandi risultati alla fine si sente più vuoto di prima. Che cos’è quel vuoto se non la manifestazione del fatto che noi non siamo fatti per il nostro ego? Abbiamo scambiato la nostra “astronave” per chi siamo, il nostro strumento per la nostra identità. Chi è che non è convinto di essere un corpo? O addirittura, c’è qualcuno che si sia davvero posto il problema di chi è veramente?

Per uscire dalla meccanicità smetti di dare per scontata la tua identità!

Il fatto è che diamo per scontata la nostra identità. Nasciamo in un mondo strano, in cui tutti ci fanno il lavaggio del cervello dicendoci che siamo un minuscolo corpo. E noi, con la nostra coscienza, guardiamo e non capiamo. Ma poi i nostri genitori puntano il dito allo specchio, dove c’è l’immagine riflessa del nostro corpo e dicono: “Guarda: questo sei tu!”. E noi ci caschiamo. Ci viene fatto il lavaggio del cervello in età così tenera che rimaniamo di solito per tutta la vita con quel programma: tu sei il tuo corpo. E tutto sembra confermato dalla realtà, cosicché non ci poniamo mai il dubbio che possa essere altrimenti. Infatti se qualcuno ci insegue, noi abbiamo paura, se qualcuno ci fa male, noi proviamo dolore e se qualcuno ci critica, noi ci arrabbiamo.

Eppure, ci siamo mai chiesti se per caso tutte queste cose non siano la causa, ma l’effetto della nostra identificazione? E cioè, non è che la nostra paura, il nostro dolore e la nostra rabbia sono creati da noi per giustificare quella folle credenza che noi siamo dei corpi separati? Dopotutto, quando sogni di notte non è vero che se qualcuno ti insegue tu provi paura o se qualcuno ti insulta ti arrabbi? Eppure quando ti svegli dal sogno non continui a credere che il mostro che ti stava inseguendo fosse reale né continui a rimuginare su che cosa penseranno di te ora che sei stato insultato e la tua identità è stata sminuita. Eppure noi facciamo esattamente così: evidentemente siamo completamente addormentati. Quando ci svegliamo ci accorgiamo dell’assoluta follia di ciò che abbiamo fatto in passato!

Per uscire dalla meccanicità, smetti di dare per scontata la tua identità e metti in discussione i pensieri, le paure, le emozioni che sorgono sulla base di essa.

Scopri chi sei al di là della macchina biologica

Come si può uscire dalla meccanicità? Per uscire dalla meccanicità dobbiamo innanzitutto capire chi siamo veramente. Se siamo identificati con la macchina biologica, non siamo la nostra macchina biologica. Ma allora chi siamo? Chi è che si identifica con l’apparato psicofisico? Questo è il dilemma, questo è il mistero. Non c’è una risposta verbale a questa domanda. Si potrebbe dire la coscienza, il vero Sé, ma ciò non aiuterebbe a scoprire chi siamo veramente. Dobbiamo allora semplicemente fermarci un attimo e assaporare la nostra sensazione di esistere, il nostro senso dell’Io. E dobbiamo indagarne la natura. Ma soprattutto, dobbiamo cominciare a vivere ricordandoci il più possibile di quella “sensazione”, ovvero di essere presenti e consapevoli a noi stessi.

Questa è la “pratica” del ricordo di sé. In realtà non è una vera pratica, poiché non richiede che si faccia qualcosa. Richiede semplicemente diventare consapevoli di essere consapevoli. E ciò non è un’attività, ma è piuttosto un ritorno della consapevolezza in sé stessa, fa parte della sfera dell’essere anziché di quella del fare. Dopodiché, dobbiamo iniziare a osservarci rimanendo presenti. Dobbiamo osservare i nostri meccanismi, la nostra reattività, i nostri pensieri compulsivi, le emozioni che sorgono da sole senza ragione, le nostre abitudini e i nostri comportamenti ripetitivi. Se ci osserviamo anche solo per un po’, possiamo notare come non abbiamo praticamente libero arbitrio: la macchia biologica è morta, segue le sue leggi e i suoi programmi.

E mentre succede ciò, scopriamo che noi non ci siamo mai stati, poiché eravamo come ipnotizzati e triturati dalla mente, avvolti in un sonno profondo.

Disidentificati dalle forme-pensiero

Sì, è proprio così: non c’è mai stato nessuno dentro quel corpo, non c’era nessuna coscienza… O meglio la coscienza c’era, ma era come addormentata, assorbita nel suo stesso sogno. Per esserci qualcuno dev’esserci una presenza consapevole, un “padrone di casa”. Quando non c’è il padrone di casa, a tenere in vita l’apparato psicofisico è un insieme di tanti piccoli io che, come dei demoni, si impadroniscono via via della coscienza, la quale crede di essere quegli io. I piccoli io sono delle forme-pensiero nelle quali la coscienza viene assorbita e con le quali essa si identifica completamente. In tal modo, riteniamo di essere la rabbia, la paura, il dolore, la gioia, il piacere. Non a caso, diciamo di essere arrabbiati, impauriti, addolorati, gioiosi, felici…

Scambiamo la nostra identità infinita (perché la coscienza non ha limiti!) con forme-pensiero staccate e separate, piccolissime e limitate. Eppure tali forme-pensiero sono così tante da dare l’impressione di un’identità piuttosto stabile e definita, poiché scorrono in un flusso continuo nel campo della nostra consapevolezza. E ogni volta che compare una forma-pensiero, la coscienza ne è assorbita, diventa essa. In realtà, la coscienza non può mai perdere la sua infinità e la sua perfezione, eppure apparentemente si identifica con i contenuti dell’esperienza, cioè con i fantasmi del sogno che essa stessa crea.

Osserva la tua mente per uscire dalla meccanicità

Se inizi a osservare la tua mente (e quindi i contenuti della tua esperienza) inizi ad accorgerti che non puoi essere limitato a essi. Come puoi essere la tua rabbia se essa è solo un pensiero o un insieme di pensieri ed emozioni, sensazioni e percezioni che vanno e vengono, mentre tu non scompari insieme a essi? Attraverso il ricordo di sé, la presenza e l’osservazione ci separiamo dai nostri piccoli io, cioè dal flusso di pensieri che abbiamo scambiato per la nostra identità. E iniziamo a trovare una centratura, un Io centrale, una presenza costante che non dipende dal contenuto dell’esperienza.

In tal modo recuperiamo il contatto con la nostra pura coscienza, torniamo a identificarci con il nostro vero Sé, ci scopriamo senza limiti e senza confini, eterni e invulnerabili, perfetti e indistruttibili. Per uscire dalla meccanicità, dobbiamo quindi iniziare a vedere la nostra mente come qualcosa di esterno. Dobbiamo riconoscere che la voce nella nostra testa non siamo noi. Quindi dobbiamo ricordarci di essere presenti al nostro dolore, al nostro piacere, mentre facciamo le cose, mentre proviamo emozioni e mentre la mente pensa (smettendo magari di dire che siamo noi a pensare!). Non dobbiamo cercare di controllare o modificare nulla: dobbiamo solamente osservarci e ciò sarà sufficiente a produrre di per sé il cambiamento.

Rimani presente sulle tue reazioni ed emozioni

Per uscire dalla meccanicità non devi combattere contro la meccanicità. Infatti il bisogno di controllo fa sempre parte del sistema dell’ego. La coscienza non controlla, ma semplicemente osserva. Più avanti, potrai essere “creatore”. Ma prima di arrivare a creare, devi dapprima lasciare che la macchina biologica segua le sue leggi e i suoi programmi. Ti renderai conto da solo che se c’è una presenza che osserva, ti sarà più difficile diventare completamente inconsapevole. Non potrai arrabbiarti più come un tempo né impaurirti come in passato. La tua semplice consapevolezza avrà l’effetto di modificare i tuoi comportamenti e le tue reazioni. Non dovrai dunque cercare di reprimere o trattenere nulla.

L’unico sforzo che dovrai fare (se possiamo chiamarlo sforzo) è quello di ricordarti di te e rimanere presente. Fallo prima che la rabbia abbia preso il sopravvento. La tua presenza trasmuta l’emozione negativa e la trasforma in consapevolezza e amore. Non preoccuparti del processo. Tu non devi fare nulla per trasmutare, se non rimanere presente. Per rimanere presente per uscire dalla meccanicità devi ammettere che sei tu a creare la tua sofferenza e che non hai occhi per vedere ciò che sta succedendo. Se avessi occhi per vedere, non soffriresti. E allora devi arrendere le tue percezioni per aprire il tuo cuore alla retta visione e all’amore. Più trovi una centratura dentro di te, più ti sottrai ai meccanismi compulsivi della macchina biologica.

Che cosa succede se rimani presente abbastanza a lungo

Di conseguenza, tornerai a essere padrone di te e della tua mente. E in questo modo non sarai più manipolabile e potrai invece davvero dire di essere libero e sveglio. Possiamo dire che siamo svegli solo nel momento in cui non ci identifichiamo più con la nostra macchina biologica, ovvero sappiamo che ciò che succede a livello del nostro apparato psicofisico riguarda il nostro apparato psicofisico e non noi. E scopriremo di essere qualcosa di molto più grande, che certo non condivide le sorti e i limiti del corpo e della mente! Inoltre, accade che con la presenza le nostre emozioni vengono trasmutate in oro e iniziamo a sperimentare stati molto più elevati, di cuore. E il nostro cuore comincia ad aprirsi, regalandoci i doni della gioia e della pace. Smettiamo di essere ossessionati dai bisogni della personalità.

E possiamo cominciare finalmente a vivere davvero. Infatti finché non ci risvegliamo non viviamo, siamo letteralmente morti. Non è sufficiente che il nostro corpo si muova, che la nostra mente capisca o che parliamo per dire che siamo vivi. La Vita, la vera Vita, è consapevolezza consapevole di sé, avviene solo nel momento presente, non ha limiti o preoccupazioni. Man mano che ci svegliamo, viviamo più nel momento presente e non siamo più assorbiti nella mente come un tempo. Possiamo soddisfare i nostri desideri più profondi invece che i bisogni superficiali indotti dalla pubblicità o dagli impulsi del nostro ego. Insomma, potremo avere una vita davvero soddisfacente. Finché siamo addormentati, la nostra vita ci regala solo pochi momenti di felicità intervallati da lunghi periodi di agonia. Quando ci svegliamo, viviamo in uno stato di pace, qualunque cosa succeda.

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