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La felicità è dentro di te

Quante volte ti sei sentito dire che la felicità è dentro di te? Senz’altro troppe per poterle ricordare. Ma innanzitutto tale frase contiene la verità oppure no? E se sì, in che senso è vera? E soprattutto, come mettere in atto questo insegnamento? Partiamo col dire che è vero che la felicità è dentro di te: essa coincide con la tua vera natura, è un tuo stato interiore che non dipende (o non dovrebbe dipendere) dall’esterno. Eppure per la maggior parte di noi ciò non corrisponde a verità. Come mai? Perché abbiamo perso il contatto con il nostro Sé e abbiamo scambiato la nostra gioia per la sicurezza. Abbiamo delegato al mondo il nostro potere, la nostra responsabilità e la nostra pace. Per questo la felicità ha “smesso” di essere dentro di noi. Fortunatamente, è possibile tornare a essere felici incondizionatamente attingendo alla sorgente di gioia del nostro cuore.

Quindi che la felicità sia o meno dentro di te dipende da te. Puoi stare certo che la tua essenza è completa, soddisfatta e gioiosa, in quanto contiene in sé un seme divino. D’altra parte, ciascuno di noi è “caduto nell’abisso”, ha cioè smarrito se stesso e si ritrova a mendicare un po’ di felicità qua e là, senza mai essere sazio. Per questo è tuo compito recuperare la connessione con la tua felicità interiore e ritrovare la tua parte spirituale. La spiritualità ha come obiettivo questo: riconsegnare nelle tue mani il tesoro che è sempre stato dentro di te, ma che hai ignorato e trascurato inconsapevolmente per ricercarlo nel mondo. Ma nel mondo non c’è felicità: per questo è insensato cercare soddisfazione nei risultati, nel successo, nella fama. Non si tratta di una prescrizione morale “antimaterialista”, ma di un saggio consiglio per smettere di soffrire una volta per tutte.

Perché abbiamo smarrito la fonte della nostra gioia

Perché abbiamo smarrito la fonte della nostra gioia? Innanzitutto, ciò è uno step necessario e inevitabile nell’evoluzione della coscienza umana. Secondo il paradigma della non dualità in origine esisteva solo l’Uno e non c’era alcuna separazione, ma l’Uno non era cosciente di se stesso. Per diventare autoconsapevole è stato necessario creare degli Io separati. Ciascun Io si distacca dall’Uno e cade nella forma. Questo è il cosiddetto peccato originale, che non è tanto una colpa quanto un passo evolutivo. A questo punto, però, l’Io ha smarrito la sua natura originaria e si è totalmente identificato con la forma. Perciò ricerca la propria identità e perfezione, felicità e soddisfazione nella forma, vale a dire nel mondo, negli oggetti, nelle persone. Tale ricerca è causa di sofferenza, poiché all’esterno non c’è salvezza né fonte stabile di pace.

La ricerca ha fine quando l’Io si accorge che non può trovare ciò che cerca nella forma e si rivolge dunque a se stesso. Così inizia la “vera ricerca”, cioè il cammino spirituale, nel tentativo di riconnettersi con la sua vera natura. La spiritualità è un ritiro dalla forma non nel senso usuale del termine: non si tratta cioè di una fuga nell’ascetismo, ma nel “ritirare” il proprio “investimento” di identità e felicità dal mondo. In altre parole, l’Io a un certo punto si rende conto che la felicità può essere solo dentro se stesso e progressivamente si disidentifica dalla forma e smette di cercare un senso e colmare il proprio vuoto in essa. Spesso si è scambiato questo ritiro in se stessi con una condanna della fisicità, dei piaceri dei sensi e della materialità. Ma ciò è un fraintendimento del significato originario di ciò di cui stiamo parlando.

Se la felicità è dentro di te, ciò non significa che devi diventare un monaco

Il fatto che la felicità sia dentro di te, dunque, non implica un’adesione a una vita spartana, monacale, ascetica. Essa può rappresentare una via adeguata per alcuni. Ma non ce n’è affatto bisogno. Anzi, in una società come la nostra ciò è piuttosto impensabile. Del resto, se noi occidentali siamo “capitati” in questo mondo, ci sarà una ragione, per cui nella maggior parte dei casi rivendicare una vita monacale può essere una fuga dalla realtà. Del resto è piuttosto facile essere in pace in completa solitudine, meditando tutto il giorno in cima a una montagna assolata e circondata da foreste di conifere. Per alcuni, ripeto, questa può essere la strada più utile, ma l’importante è che ciò non significhi rifuggire dai propri problemi.

In molti casi infatti la condanna del materialismo riflette in realtà la paura di vivere e di affrontare i propri problemi insoluti. Ma, come dicevamo sopra, la vera spiritualità non consiste nello smettere di soddisfare i piaceri della carne, di godere la compagnia degli amici, di apprezzare la magnificenza del mondo. Infatti la realtà è che tutto è divino, per cui non ci possono essere cose da condannare o rifiutare. Il vero significato di ritirarsi in se stesso consiste nello smettere di essere attaccati alle cose come fonte di gioia. Il problema non sono i piaceri, ma l’attaccamento a essi, o meglio ancora la dipendenza dalla loro soddisfazione per essere felici. Ecco perché spesso i maestri spirituali invitano a eliminare il desiderio: perché esso è fonte di sofferenza (il desiderio, non il piacere in sé!).

Attenzione: non sto dicendo che bisogna indulgere liberamente nei piaceri (ognuno sa cosa è meglio per lui e conosce la moderazione!), ma nemmeno di assumere toni moralisti sotto le spoglie di una finta spiritualità.

Il vero significato del “ritiro”

Quindi, come scrivevo sopra, il vero significato del ritiro è una questione di “investimento” interiore. Ciò vuol dire che più sono inconsapevole più investo la mia identità e ricerco la felicità all’esterno, dimenticandomi totalmente di me stesso e finendo in balia del mondo. Al contrario, più sono consapevole, più mi rendo conto che devo “ritirare quanto investito” per recuperare potere su di me e la connessione con la mia fonte di gioia. Evidentemente, non si tratta di una presa di posizione “antimaterialista” o moralistica. Al contrario, è una presa di consapevolezza, conseguente ad anni (o vite!) di ricerca ininterrotta di una felicità inesistente al di fuori di sé. Eppure nel corso della storia l’uomo ha frainteso completamente l’invito a ricercare la pace dentro di sé e ha trasformato in peccato tutto ciò che non fosse spirituale.

In questo modo è nata una spaccatura tra vita materiale e spirituale, divisione che ancora oggi appare per molti ovvia e impossibile da sanare. In realtà, materialità e spiritualità vanno a braccetto, sono amiche per la pelle, poiché non esiste separazione tra di esse che non sia frutto di un’astrazione mentale distorta. I nostri impulsi più bassi, la nostra parte “animale”, la nostra mente più primitiva di per sé non sono problematici: nulla va represso o ignorato, condannato o vietato, e non in nome di un libertinaggio (che sarebbe altrettanto immaturo e narcisista), ma in nome della salute e della realizzazione dell’uomo in tutte le sue componenti. Infatti l’uomo è innanzitutto un essere spirituale, ma ha un'”animalità” in sé che non può essere negata, come è stato fatto per troppo tempo.

Le conseguenze della repressione degli individui

Ciò ha avuto conseguenze distruttive per i singoli e per l’intera società, che non a caso è ancora oggi nevrotica e ossessiva. Il sesso è ancora considerato in molti ambienti un tabù. Ci si vergogna ancora delle proprie paure, della rabbia, della stessa vergogna e di tutte le emozioni negative. Esse, secondo la spiritualità, certamente vanno “trascese”, ma non nel senso che vanno negate o condannate. Trascenderle vuol dire innanzitutto accettarle come parte della nostra natura umana, senza giudizio né condanna o vergogna. Solo dopo averle accettate esse possono essere trasformate in qualcosa di superiore, in energia spirituale ed emozioni più elevate. Al contrario, la società “perbenista” ha fino a poco tempo fa negato l’espressione di tutto ciò che è “inferiore”, con il risultato che quando la morsa morale si è allentata, c’è stata un’esplosione di reale perversione.

La perversione è figlia della repressione. L’uomo non può nascondere a se stesso la propria natura: la vera spiritualità consiste nel riconoscere ogni aspetto come sano e nel guarire la malattia causata dall’intolleranza morale. In ognuno di noi c’è la sessualità, l’aggressività, la violenza: perché dovremmo affermare il contrario oppure che questi aspetti sono diabolici o sono peccati autodistruttivi? La repressione è un modo immaturo di gestire se stessi. Tutto ciò dunque non ha nulla a che vedere con il “ritiro” dell’aspirante spirituale, che al contrario non condanna la propria “animalità”, ma la trasmuta in una nuova energia coltivando la propria parte più alta e facendo crescere la propria parte angelica e divina. D’altra parte, il vero cercatore spirituale ha imparato che anche indulgere senza freni nella soddisfazione degli appetiti non offre alcuna felicità stabile e permanente.

La felicità è dentro di te: che cosa significa esattamente?

Quindi, l’espressione “la felicità è dentro di te” significa semplicemente questo: l’unica fonte stabile di pace e gioia risiede nelle tue profondità e solo e soltanto in esse. Credo che si tratti di una verità esclusiva, ovvero che non ci sia alcun modo di trovare una felicità che sia duratura e stabile all’esterno. La felicità proveniente dall’esterno è in realtà uno sprazzo proveniente dall’interno, che però proiettiamo all’esterno, pensando che sia lì la fonte della nostra gioia. Crediamo che sia il nostro partner a farci stare bene, o che sia quel cioccolato a donarci attimi di pura gioia, ma ciò è così finché diamo potere al mondo. Ma il mondo è inerte, è privo di volontà, per cui non può farci né bene né male. Può farlo solo se noi decidiamo di delegare a esso la responsabilità del nostro stato emotivo.

Finché ci comporteremo in questo modo, non avremo speranza di ritrovare la nostra fonte di gioia. Perché? Perché letteralmente lasciamo che questa gioia interiore sia assorbita dall’esterno. Così, lasciamo la chiave di accesso alla nostra felicità nelle mani del mondo, per nostra inconsapevole concessione. Lo facciamo perché è più facile. Infatti abbiamo un estremo bisogno di sicurezza, per cui pensiamo che essere felici incondizionatamente significhi rischiare. E in effetti essere sempre felici vuol dire effettivamente rischiare, sacrificare un po’ della propria sicurezza. Infatti ci vuole coraggio a mantenere lo stesso umore positivo tanto a una promozione quanto a una bocciatura, tanto dopo essere stati assunti quanto dopo essere stati licenziati, tanto dopo una conquista di un partner quanto in seguito a una rottura. Ciò infatti mette in pericolo i nostri meccanismi di sopravvivenza!

Sicurezza e felicità: due opposti

Per certi versi, sicurezza e felicità sono due opposti, o almeno lo sono fintantoché è la mente a governare la tua vita. La mente non può concepire di essere gioiosa quando si sente minacciata in qualche suo attaccamento o identità. Dunque avviene che pur di sentirci al sicuro decidiamo di rinunciare alla nostra felicità. E in tal modo essa diviene uno stato condizionato, al quale possiamo accedere solo quando ci sentiamo abbastanza al sicuro, e alla quale dobbiamo subito rinunciare quando sentiamo che qualcosa è minacciato. Ma questo è un modo piuttosto immaturo di vivere, in quanto deprimerci per una bocciatura o suicidarci per una rottura non è tanto sensato… Eppure un evento del genere è davvero in grado di condurci nella disperazione. E ciò dipende dal fatto che abbiamo lasciato il nostro potere all’esterno e siamo diventati vittime del mondo.

Proprio nei momenti di massima crisi e disperazione dovremmo essere in grado di avere un minimo di lucidità residua per renderci conto che siamo noi a causarci sofferenza e non il partner o il professore o il collega. I momenti di massima tensione rivelano la nostra vulnerabilità, la nostra paura di morire, dell’abbandono, di essere lasciati soli. Ma tali paure sono create dalla mente egoica per sopravvivere, e per questo ognuno deve trovare il proprio centro, appunto la felicità dentro di sé, in modo da non essere in balia del mondo. Altrimenti è ovvio che una rottura, un licenziamento, una bocciatura si trasformano in eventi insopportabili e maledizioni. Ma all’esterno in verità non solo non c’è felicità ma non c’è neanche sicurezza.

Infatti sono le tue paure a creare quegli eventi che a un certo punto capitano e ti mandano in crisi: un partner ti lascia perché sei geloso e possessivo, un professore ti boccia perché eri troppo agitato per rispondere bene alle domande…

Come ritrovare la felicità dentro di te

Come puoi ritrovare la felicità dentro di te? Ecco i passi che ti consiglio di seguire a questo proposito:

1) Realizza nella tua esperienza che la felicità è dentro di te

  • Innanzitutto, devi realizzare questa verità nella tua esperienza. Devi cioè essere arrivato a un punto in cui sei stanco dei raggiungimenti esterni e sai che il mondo non può più rispondere ai tuoi bisogni più profondi. Ciò non significa che sei apatico o depresso, ma hai realizzato che il mondo delle forme non è sufficiente a darti la felicità che necessiti. Quindi, è molto probabile che i tuoi interessi si siano spostati nell’ambito della spiritualità e potresti anche già essere su un cammino spirituale. Se ti trovi in una di queste due condizioni, la tua anima potrebbe essere piuttosto “vecchia” ed evoluta. In ogni caso, se non segui già un percorso spirituale, hai sempre l’opportunità di rivalutare che cosa è importante per te, fare ordine nella tua vita e chiederti se davvero la tua vita ti soddisfa profondamente. Chiediti se è sensato mendicare pezzi di felicità da un partner, una pizzata con gli amici, una serata in discoteca. Ti ripeto, non sto dicendo che non devi avere un partner o goderti i tuoi amici e la musica, ma di non alienare la tua pace in loro nome.

2) Vivi in accordo con questa realizzazione

  • Inizia a vivere come se la felicità fosse dentro di te (come infatti è!). Anche se potresti non avvertire subito la pace, smetti il prima possibile di investire la tua identità e felicità all’esterno. Ti ricordo che ciò non significa ritirarti improvvisamente dalla vita e diventare un monaco o una suora, ma diventare profondamente consapevole che il mondo ti potrà dare soltanto sprazzi di gioia, ma non la pace che cerchi. In particolare, quando sei in uno stato particolarmente gioioso o rilassato, renditi conto che sei tu che lo stai creando. In altre parole, riappropriati dei tuoi poteri e della responsabilità del tuo stato interiore!

3) Crea un centro di serenità interiore

  • Per sentire la pace dentro di te, devi creare un centro di serenità interiore. Puoi farlo attraverso una pratica formale di meditazione oppure ascoltando musica rilassante o facendo qualcosa che ti fa essere completamente presente e ti appassiona. Puoi fare un esercizio mentre ascolti una musica che ti calma: realizza che sei tu che stai creando il piacere, il relax e la pace, che è il tuo sistema nervoso a produrre quella reazione! Quando ottieni un certo rilassamento, poni tale stato come il centro al quale dovrai cercare di tornare ogni volta che puoi. Il relax e la pace devono essere il tuo stato di default. Decidi che nulla ti turberà, che non sacrificherai la pace in nome della paura del giudizio, del desiderio di raggiungere qualcosa fuori di te, della negatività o di qualsiasi bene minore.

4) Porta la pace nella quotidianità

  • Per portare la pace nella tua quotidianità, devi sviluppare una forte intenzione di conservare uno stato positivo tutto il tempo. Poni la pace interiore come tua priorità, prometti a te stesso che non consentirai a nulla e a nessuno di spostarti dal tuo centro. Questo non è egoismo, ma sano amor proprio, purché il tuo centro non sia una scusa per fuggire dalle tue responsabilità e per rifugiarti in una bolla. Il tuo centro di stabilità interiore non è una bolla: il centro è disponibile a dialogare con il mondo, a dare e a ricevere, mentre la bolla è tendenzialmente chiusa in se stessa, non disposta a farsi contaminare e in conflitto con l’esterno. Una scintilla di pace è sempre presente in te, per il solo fatto che sei consapevole (e la tua natura più profonda è pace e gioia), quindi ogni volta che perdi il tuo centro puoi decidere di ritornare a esso, più e più volte, come una meditazione sulla pace: cerca di far ritorno ogni volta che puoi alla tua pace. Quando ascolti un brano rilassante sei in pace, quindi perché non dovresti esserlo anche in tutte le altre occasioni?

5) Fidati del tuo centro di pace

  • A questo punto devi essere disposto a fidarti del tuo centro di pace. In altre parole, da un lato devi ricordarti che esso è sempre presente dentro di te, dall’altro avere fiducia che esso è il tuo tesoro e bene più grande, meriti di goderne tutto il tempo e nulla ha il diritto di portartelo via. Infatti la verità è che puoi davvero essere felice a qualsiasi condizione, qualunque cosa succeda. Tuttavia, devi avere il coraggio di sacrificare dei beni minori.

6) Lascia andare i beni minori

  • Per l’appunto, è necessario che lasci andare i tuoi beni minori. Che cosa significa? Significa che in nome della tua pace e consacrato a essa, dovrai rinunciare di volta in volta a preoccupazioni, ansie, rancori, irritazione e ogni negatività, ma anche la ricerca ossessiva del piacere, del successo, della perfezione, della bellezza. Non devi essere perfetto in questo, ma per il tuo stesso bene devi avere il coraggio di affidarti al tuo centro anche quando sembra che ci sia qualcosa che debba essere difeso. In tal caso, rimani presente a te stesso e aspetta un attimo prima di reagire. Così facendo, la tua risposta verrà da un piano molto più alto e sarà molto più efficace. Guarda alla tua negatività e ai beni minori come se fossero nuvole che oscurano la tua pace: se avrai la forza di guardare oltre le nuvole e di liberare il cielo, inizierai a vedere sereno e a tornare sempre più spesso al tuo stato naturale di pace.

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