Gli 84 problemi della vita

Gli 84 problemi della vita

Si può smettere di avere problemi? E se sì, come? Sembra quasi impossibile vivere senza problemi. Ognuno di noi, chi più chi meno, si ritrova incastrato in una serie di difficoltà senza soluzione, oppure semplicemente in situazioni complicate e stressanti. Quando tutto va bene sul lavoro, c’è qualcosa che non va nella salute. Quando la salute è perfetta, nasce un problema in famiglia. E quando va tutto bene in famiglia, c’è nuovamente un problema al lavoro. E se la vita fosse fatta proprio per metterci alla prova? Beh, questa è più che un’ipotesi. Noi vorremmo una vita senza problemi. Perché? Perché associamo l’assenza di problemi alla felicità. Ma non c’è nulla di più falso. Anzi, il grosso problema sta proprio qui, come cerca di spiegare il racconto zen “gli 84 problemi della vita”. Qui di seguito trovi il racconto per intero, poi troverai un commento sull’argomento.

Gli 84 problemi della vita

Gli 84 problemi della Vita

‹‹ A un certo punto della sua vita, Buddha si fermò per qualche tempo in un villaggio. Tutti volevano parlare con il grande saggio e ottenere da lui consigli illuminanti. Tra questi, c’era anche un contadino noto per lamentarsi continuamente di quanto la sua vita fosse problematica.

Quando arrivò al cospetto di Buddha, iniziò a elencare tutto ciò che non andava: il maltempo gli rovinava i raccolti, sua moglie era troppo critica nei suoi confronti, i suoi figli non gli mostravano alcuna gratitudine e, come se non bastasse, i suoi vicini erano rumorosi e parlavano alle sue spalle.

Dopo aver terminato la lunga lista di lamentele, il contadino chiese a Buddha una soluzione, un modo per risolvere i suoi problemi.

“Non posso aiutarti”, disse il Buddha. “Ogni essere umano ha tanti problemi, per la precisione 83 problemi. Così è la vita e io non posso farci niente. E sappi che anche se lavori duramente e riesci a risolverne alcuni, non riuscirai mai a risolverli tutti“.

L’uomo, risentito, iniziò a inveire: “Ma allora a cosa servono i suoi insegnamenti di cui tutti parlano?”

Buddha rispose così: “Forse i miei insegnamenti non servono per risolvere i tuoi 83 problemi ma potrebbero servirti a risolvere l’84esimo problema“.

“E quale sarebbe?”

“L’84esimo problema della tua vita è che non vuoi accettare il fatto che avrai sempre problemi“. ››

Storia zen dal web

Come smettere di essere tormentato dagli 84 problemi della vita

In un altro articolo ci siamo già occupati dell’argomento. Oggi vorrei approfondirlo da un lato un po’ diverso. Sembra davvero che sia impossibile sfuggire ai problemi. Come scrive l’autore di Un Corso in Miracoli: “Il mondo è stato fatto in modo tale che i problemi non possano essere sfuggiti” (T.31.IV.2:6). In effetti non c’è modo per sfuggire ai problemi, perché c’è sempre qualcosa che non va, qualche bisogno non soddisfatto, qualche disagio e qualche piccolo fastidio. Per quanto uno possa isolarsi dal mondo pensando di sfuggire da tutti i problemi, non potrebbe riuscire nel suo intento, perché i problemi lo inseguirebbero comunque. Ma che cos’è? Una maledizione?

No, non è una maledizione. Questa è l’essenza della Vita. Essa non vuole che noi impariamo a non avere problemi. Vuole che noi ci evolviamo spiritualmente per essere davvero felici e per essere davvero senza problemi. Ma l'”assenza di problemi” che ci vuole insegnare nella vita è molto diversa da quella che ci aspettiamo noi. Infatti sembra proprio che la Vita voglia metterci i bastoni tra le ruote con sfide a ogni angolo. Perché? Perché vuole che noi troviamo dentro di noi il vero tesoro che risolverà tutti i nostri problemi e ci permetterà di andare incontro a ogni situazione sereni, indenni e nella pace. E qual è questo tesoro interiore?

Il tesoro interiore che “risolve” tutti i problemi

Qual è il tesoro interiore in grado di risolvere tutti “gli 84 problemi della vita”? Ovviamente, è il tuo cuore, il tuo vero Sé, il divino che c’è in te, più semplicemente quel centro di pace e amore che è nel profondo di ogni essere dell’Universo. Quindi l’unico modo per “risolvere” tutti i propri problemi non è cercare una fantasmagorica soluzione esterna, non è raggiungere qualche obiettivo straordinario nel mondo, non consiste nemmeno nell’avere a che fare direttamente con tutti i problemi. La soluzione è trovare quel centro di pace e serenità interiore che dia equilibrio in ogni circostanza e permetta di affrontare ogni situazione con gioia o perlomeno in uno stato di accettazione. Se trovi davvero la pace dentro di te, ciò che un tempo sembrava un problema, diventa semplicemente un’occasione di crescita o, più banalmente, una semplice situazione da affrontare.

Abbiamo problemi perché siamo in balia del mondo, perché lasciamo che l’esterno controlli l’interno. In altre parole, non abbiamo alcuna padronanza di noi e reagiamo compulsivamente agli eventi, perdendo la pace praticamente per ogni cosa, dalle scarpe che non riusciamo a legare alla bocciatura a un esame. Normalmente, il nostro centro è all’esterno. Più propriamente, sarebbe corretto dire che non abbiamo nessun centro, ma semplicemente ci aggrappiamo alle “certezze incerte” del mondo, investendo tutta la nostra identità, felicità e sicurezza nelle relazioni, nelle attività, nelle nostre capacità, insomma nel fare e nell’avere anziché nell’essere. Quando uno dei nostri “centri” viene messo in discussione, sembra che ci stiano portando via una parte di noi: diventiamo gelosi, ci arrabbiamo, ci sentiamo oltraggiati. I “problemi” nascono proprio perché siamo attaccati alle cose del mondo.

Il “distacco” dai problemi

Se smettiamo di attaccarci così tanto al mondo e ci radichiamo nel nostro essere ne beneficeremo enormemente e inizieremo a vedere le difficoltà della vita in maniera del tutto diversa, non più come coloro che le subiscono, immersi in un pantano melmoso senza via di uscita, ma come i testimoni che guardano dall’alto di un monte ciò che accade alle loro vite, senza necessariamente smettere di goderne e di parteciparne, ma con un sereno distacco che ci permetta di mantenere la pace a prescindere da ciò che succede all’esterno. La chiave per affrontare i problemi sta proprio nel distacco da essi. Oltre a radicarci e dimorare nel centro interiore (che è anche un modo per dire “rimanere presenti a noi stessi, connessi con le radici del nostro essere”), possiamo raggiungere questo distacco praticando il non attaccamento, arrendendoci al momento presente e imparando a prendere la vita meno sul serio.

Coltiva il non attaccamento

Se non sei attaccato a nulla, non puoi avere problemi e non puoi soffrire. È proprio la tendenza ossessiva ad attaccarci alle cose, alle persone e alle idee a renderci miseri e sofferenti e a riempirci di problemi. Un problema non è altro che una cosa presa sul serio, qualcosa che diventa una questione di vita e di morte. Se solo ci ricordassimo che in breve tempo dovremo tutti lasciare il pianeta, ci accorgeremmo che è davvero insensato stare a preoccuparsi per qualsiasi cosa. Per quanto un problema possa apparici grave, prima o poi dovremo lasciarci tutto alle spalle, quindi che senso ha insistere a volerlo risolvere in modo così ossessivo? Dopotutto, a farci soffrire e sperimentare una cosa come un problema è proprio l’attaccamento al risultato, ovvero il bisogno ossessivo di vedere la situazione risolta per essere nuovamente in pace.

Non ci rendiamo conto che non è la situazione in sé – che noi definiamo come problema – a farci stare male, ma è la nostra interpretazione di essa a farci perdere la pace. In altre parole, pensiamo di poter ottenere felicità o di rimuovere l’infelicità risolvendo il problema all’esterno. Ma dimentichiamo che in realtà soffriamo perché non vogliamo la situazione che stiamo affrontando. In altre parole, opponiamo resistenza alla realtà, e ciò causa stress e tensione. Allora dovremmo imparare a lasciar andare, ad accettare pienamente il momento presente e ad arrenderci alla Vita. Ciò non significa rassegnarci e smettere di occuparci della situazione.

Arrenditi al momento presente

Anzi, se partiamo da uno stato di accettazione e non attaccamento, saremo molto più propensi a risolvere la situazione in maniera molto più semplice perché la nostra mente sarà molto più chiara e lucida e soprattutto saremo in pace a prescindere dal fatto che affronteremo la situazione con successo oppure no. È davvero così importante risolvere la situazione in cui ci troviamo oppure possiamo rimanere sereni? Ha senso che ce la prendiamo così tanto? Dopotutto, come dice Eckhart Tolle, “il momento presente è tutto ciò che hai“, quindi che senso ha preoccuparti di che cosa potrebbe succedere se non risolverai la situazione? Accetta pienamente ciò che la Vita ha da offrirti nel qui e ora, per quanto quel qualcosa possa sembrare inaccettabile.

Prendi la vita meno sul serio

Impara a sorridere dei problemi. Non c’è nulla che sia davvero così importante. Dopotutto, come ho già scritto sopra, prima o poi dovrai morire, senza che questa sia una minaccia, ma solo una constatazione! Impara a vedere i tuoi problemi dall’alto, con umorismo, da una prospettiva diversa. Non prendere le cose troppo sul personale. Lascia andare l’identificazione con il “personaggio del sogno” e diventa l’osservatore del “campo di battaglia”. Qualunque cosa succeda, tu hai la possibilità di creare un distacco e l’ironia è una delle forme migliori per farlo. Che cosa c’è di spirituale nell’ironia? Beh, credo tantissimo. L’ironia è un’arma straordinaria, perché ti consente di relativizzare, di vedere le cose da un punto di vista più distaccato e soprattutto ti consente di ridere di te stesso.

È comprensibile prendere sul serio la propria vita quando essa è davvero minacciata in questo momento e rischi di essere ucciso da un istante all’altro, ma questa è una situazione piuttosto rara. Per la maggior parte del tempo, i nostri problemi non sono così gravi. Ma la nostra mente tende a ingigantire ogni questione e soprattutto a fare previsioni catastrofiste: se perdiamo il lavoro, ci immaginiamo già sul lastrico a chiedere l’elemosina… Il pessimismo è connaturato nei nostri neuroni, perché evolutivamente ci ha salvato la vita. Ma nelle nostre vite di oggi possiamo lasciar andare queste tendenze paleolitiche! Possiamo imparare a prendere la vita con grazia e leggerezza.

La percezione corretta dei “problemi”

Per risolvere i problemi della tua vita, devi poi imparare a lasciar andare le tue proiezioni. Il solo fatto che tendiamo a definire qualcosa come problema, a dargli questa terribile etichetta, lo rende davvero tale. Siamo noi che trasformiamo una situazione in un problema. Per questo non possiamo pensare di “risolvere” tutti i nostri problemi all’esterno: vogliamo risolvere qualcosa che non c’è, un’idea nella nostra mente. Inoltre se uno dovesse risolvere uno a uno tutti i propri problemi, non finirebbe più, perché una volta risolto uno, ne sorgerebbe un altro e poi un altro ancora, e ancora e ancora. Quindi va rimossa la causa di ciò che sembrano essere i nostri problemi. Infatti i problemi che abbiamo sono solo l’effetto. Che cosa voglio dire con questo? Voglio dire che in realtà noi abbiamo a che fare semplicemente con situazioni.

Il fatto che tali situazioni si trasformino in “problemi” che sono in grado di toglierci la pace dipende esclusivamente da una cosa: la nostra interpretazione degli eventi, che dà vita a una percezione errata del mondo. Se la nostra mente soffre di un errore di percezione, vedremo problemi ovunque. E non dobbiamo essere particolarmente nevrotici per finire in questa situazione: sembra quasi che ognuno di soffra di questa percezione “malata” che lo porta a proiettare problemi ovunque. E qual è la soluzione a questo? La soluzione è smettere di proiettare. E assumersi la responsabilità delle proprie proiezioni. Quando giudichiamo qualcosa come un problema, gli diamo un enorme potere. Per di più, se diamo la colpa al mondo per l’origine di quel problema, diventiamo ancora più vittime.

Arrendi le tue percezioni della realtà

E allora dobbiamo imparare a mettere in discussione ciò che consideriamo una verità oggettiva e assumerci la responsabilità della nostra sofferenza. Ciò non ci eviterà le sfide della vita, ma almeno smetteremo di vederle come “problemi” inestricabili. Ogni volta che ti sembra di avere un problema, ricerca nella tua mente i pensieri che stanno giudicando quella situazione come problema. Sicuramente, troverai pensieri di accusa al mondo e in particolare l’accusa che una determinata situazione o persona ti abbia privato della pace, magari facendoti arrabbiare o facendoti sentire in colpa. Ma a quel punto puoi assumerti la responsabilità del tuo dolore, smettendo di dare la colpa all’esterno. Dopodiché, devi arrendere le tue percezioni della situazione. E puoi anche dirti: “Potrei vedere la pace anziché questo, ma non la vedo perché ora non ho occhi per vedere“.

Insomma, ti sto dicendo proprio questo: vediamo problemi perché “indossiamo lenti sbagliate”, ovvero percepiamo la realtà in modo errato, secondo i filtri di una mente che si identifica con un apparato psicofisico che può morire e quindi si sente vulnerabile, fragile e limitata come questo. Ciò che è un problema (o che potrebbe esserlo) per il tuo corpo, non lo è per la tua vera essenza, che è puro spirito! Anche qui la soluzione è identificarsi sempre più con la propria parte spirituale per smettere di soffrire le vicissitudini della personalità e dell’ego. Se vuoi smettere di avere “gli 84 problemi della vita”, lascia andare le tue percezioni, metti in dubbio le tue credenze per quanto riguarda i problemi ma anche su tutta la realtà in generale.

Assumiti la responsabilità delle tue proiezioni e del tuo dolore (che è sempre causato dalle tue interpretazioni!) e lascia andare i tuoi giudizi per tornare in pace e aprire il tuo cuore alla Verità. Se ti abitui a farlo, inizierai a vedere che i tuoi problemi in realtà sono semplicemente situazioni neutre e che tutto è perfetto a prescindere da come sembra apparire a prima vista. Grazie per la lettura! Iscriviti alla newsletter e seguimi su Facebook per rimanere aggiornato!

Come praticare il non attaccamento

Come praticare il non attaccamento

L’attaccamento è definito dal Buddha come la causa principale della sofferenza umana. Esso nasce dall’ignoranza dell’impermanenza delle cose. In altre parole, l’uomo non si rende conto del fatto che tutto ciò che lo circonda è temporaneo, va e viene. E attaccarsi a qualcosa che sfugge è folle e insensato. Se realizzassimo profondamente la natura transitoria delle cose del mondo, smetteremmo rapidamente di soffrire. Il problema, però, è che non solo non siamo profondamente consapevoli dell’impermanenza, ma siamo così attaccati alle cose della vita da non volercene separare. Quando qualcosa ci viene portato via, anziché vederlo come una lezione di vita, diciamo che non è il momento di essere spirituali. Proprio quando dovremmo praticare il non attaccamento, finiamo col resistere più intensamente alla realtà.

Siamo attaccati al corpo, alla salute, all’identità di forma, ai beni materiali, alla famiglia, agli amici. Ci dimentichiamo che un giorno o l’altro ognuna di queste cose ci verrà portata via. Pur di non ammettere tale verità, allontaniamo la morte dalle nostre menti, pensando di fare una buona cosa. In realtà, dimenticandoci della morte, smettiamo di vivere, perché vita e morte sono due elementi inseparabili. Perlomeno, lo sono nella misura in cui li intendiamo normalmente. In verità, c’è una Vita eterna alla quale possiamo accedere, dove gli opposti di vita e morte, piacere e dolore collassano in un’unità senza tempo né forma. Ma per entrare in quella Vita, nel Regno dei Cieli, dobbiamo prima rinunciare all’attaccamento al regno terreno. Perché? Perché la forza dei nostri attaccamenti è un’energia di resistenza, che ci impedisce l’ingresso alla vera Vita.

L’attaccamento è la causa originaria della sofferenza

L’attaccamento, sottolinea il Buddha, è la prima causa della sofferenza. Perché? Perché è negazione della Verità. La Verità impone che solo Dio, lo Spirito, il Sé sia imperituro e viva per sempre. Da ciò ne consegue che nessun’altra cosa può avere il carattere dell’eternità. Ciò significa che attaccarsi a ciò che è impermanente implica voltare le spalle alla verità e credere nell’illusione. In Oriente si è sempre detto che questo mondo è Maya, finzione. L’ignoranza di tutto questo dà origine alla sofferenza. Non è, quindi, il ladro che ci ruba il portafoglio a farci soffrire, quanto il nostro attaccamento al denaro e a ciò che esso rappresenta. Non è il criminale che uccide un nostro caro a portarci via la felicità, ma il nostro attaccamento alla sua vita. Dimentichiamo che tutti condividiamo la stessa Vita, e nessuno può davvero morire.

Non c’è nessun figlio morto, nessun reale furto: ciò può apparire insensato a prima vista. Capisco che dire queste cose possa sembrare frutto di insensibilità: la sofferenza per la morte di qualcuno, per una tragedia, un incidente o una perdita appare terribilmente come reale e va rispettata. In fondo la sofferenza è un’illusione, ma quando la viviamo non percepiamo questa verità e non avrebbe senso negare ciò che sperimentiamo. Tuttavia, possiamo aprire gli occhi e il cuore per guardare in faccia la verità e riflettere. La vita magari ci ha portato via un caro troppo presto o ci ha fatto qualcosa di crudele, ma se pensiamo che avremo al massimo una manciata di anni da vivere su questo pianeta, perché ne facciamo un problema così grande? Tutto va e viene, anche la nostra disperazione è temporanea, perché dobbiamo attaccarci anche al nostro dolore?

Il non attaccamento non implica scelte estreme e neppure cambiamenti esterni

Non voglio iniziare la solita ramanzina contro il materialismo. Il problema, infatti, non è nel godere dei piaceri della vita, delle relazioni, della salute. Il problema sorge nel momento in cui facciamo dipendere la nostra felicità, sicurezza e realizzazione da tali cose. Non c’è nulla di male nel desiderare un partner ideale, una famiglia benestante, un lavoro soddisfacente, uno stipendio elevato, una salute di ferro. Ma è necessario che tali desideri non diventino intensi al punto da renderci ciechi. Ognuno di noi, evolutivamente, deve sperimentare l’attaccamento, e non possiamo pretendere di diventare improvvisamente un Buddha né sentirci in colpa per il nostro materialismo. Non c’è nulla di male o di sbagliato nell’attaccamento. Semplicemente, esso causa sofferenza, ma non c’è scritto da nessuna parte che sia obbligatorio liberarsi da ogni attaccamento in questo preciso istante.

In ogni caso, iniziare a praticare il non attaccamento può davvero essere liberatorio. Tornare in contatto con la nostra dimensione spirituale e creare un “distacco” dalle cose della vita ci permette di raggiungere la pace interiore e una serenità sempre maggiore. In verità infatti abbandonare il materialismo è una via verso la felicità, non certo è una scelta riservata a qualche guru che stupidamente si allontana da tutto e da tutti per puntare il dito contro la superficialità dei suoi simili. Il non attaccamento non è ritiro dalla vita, rifiuto e abbandono della materia, ma è riconoscimento della necessità di non derivare la propria felicità da essa. Tutto qui: non si tratta di una scelta esterna, ma di un atteggiamento interiore.

Puoi anche continuare a fare l’amore con cento vergini a settimana, se sei preoccupato per questo: non è ciò che fai che determina la qualità del tuo (non) attaccamento, ma il perché lo fai, come e soprattutto a quale scopo.

Il mondo odierno alimenta l’attaccamento

Il mondo odierno alimenta l’attaccamento. Si è sempre detto che la nostra società è materialista e consumista. Ciò è vero, purché non si prenda questa affermazione come giudizio morale. Abbiamo infatti detto che il materialismo non è qualcosa da condannare moralmente. Chi condanna il materialismo in modo giudicante lo fa perché proietta la sua colpa, i suoi desideri e il suo stesso materialismo all’esterno. La legge dello specchio vale ovviamente anche in questo caso. Del resto, rifiutare in tal modo il materialismo può essere più un ostacolo alla crescita che non una motivazione a evolversi. Condannare il materialismo senza guadarsi dentro per conoscere le proprie ombre porta a rimanere paralizzati e bloccati dalla propria stessa critica alla “degenerazione dei costumi”. Riempirsi la bocca di belle parole è spesso una scusa per non lavorare su di sé.

Ciò che il “moralista” vede all’esterno è la propria perversione, e col suo giudizio non fa altro che contribuire alla “corruzione” che vede all’esterno. Se ognuno di noi guardasse dentro di sé, scoprirebbe che ciò che rimprovera negli altri è una parte di lui, che aspettava solo di essere osservata anziché proiettata all’esterno. E in questo modo possiamo capire perché la società odierna è quella che è: perché ognuno di noi, in primis colui che pensa di essere immune a ogni “perversione”, è perverso: non perverso per natura, ma nel senso che porta dentro di sé un lato oscuro che va illuminato.

Come praticare il non attaccamento guardando dentro di sé

E così possiamo accorgerci di come il “libertinaggio” che vediamo all’esterno sia il nostro desiderio selvaggio di libertà e che in fondo noi stessi vorremmo sfogare i nostri impulsi senza freno. La superficialità del mondo non è altro che il nostro attaccamento alle cose materiali o comunque alle faccende del mondo, la nostra mancanza di spiritualità, la nostra “animalità”. La corruzione dei costumi non è altro che l’espressione del nostro desiderio inespresso di non avere regole. Chi critica il sesso sfrenato in realtà vorrebbe essere al posto del lussurioso di turno nei confronti del quale scarica tutta la propria bile. Colui che vede il marcio della società, delle nuove generazioni, dei nuovi tempi, si sta ribellando in realtà contro la voce critica nella sua testa che lo ha sempre inibito. Ciò che reprimiamo dentro di noi, lo rifiutiamo e lo proiettiamo e giudichiamo all’esterno.

Ecco perché se vuoi sapere come iniziare a praticare il non attaccamento è necessario che guardi umilmente dentro di te, per assumerti la responsabilità dei giudizi e delle proiezioni che fai. Devi riconoscere il tuo lato oscuro: esso non è un peccato. Anzi, è proprio il fatto di considerarlo peccaminoso a portarti a rifiutarlo e a vederlo fuori di te. Ognuno di noi ha un lato “oscuro”, che in realtà non è altro che la nostra “eredità bestiale”, senza che ci sia nulla di male in questo. Ognuno ha una propria animalità che va accettata e integrata. Che cosa c’entra questo con l’attaccamento? C’entra eccome! Infatti per praticare il non attaccamento dobbiamo innanzitutto riconoscere quanto siamo attaccati ai nostri impulsi e alla nostra “essenza materialistica”.

L’essenza materialistica dell’uomo

Infatti il “materialismo” e l’attaccamento discendono dalla nostra natura animale (senza che ci sia nulla da condannare, ripeto, in questo). Più semplicemente, ci attacchiamo alle cose perché ci identifichiamo con un corpo che deve sopravvivere in tutti i modi possibili. Ci sentiamo finiti, limitati e mortali e per questo consideriamo le cose del mondo come la nostra salvezza, ciò senza di cui non potremmo vivere. Così, ogni volta che ci viene tolto qualcosa, la nostra animalità innata inizia a guaire, ruggire e ululare. Ciò avviene perché abbiamo assunto la nostra animalità come idolo, abbiamo fatto del corpo che abitiamo la nostra identità anziché il tempio in cui momentaneamente risiediamo. Per questo siamo materialisti, superficiali, preoccupati per che cosa potremmo perdere o guadagnare, giudicanti e intolleranti, arrabbiati e pieni di acredine. Ognuno di noi “è” queste cose in varia misura.

Ma nessuno (tranne rarissimi casi) può dirsi immune a tutto ciò. Dobbiamo ammettere che siamo ossessionati dalla nostra sopravvivenza e dal nostro piccolo ego al punto da fare qualunque cosa pur di mantenerlo in vita. Non ci vuole molto perché (quasi) ognuno di noi si trasformi in una bestia assetata di sangue. Ci arrabbiamo perché ci vengono portati via cento euro: ma se ci comportiamo in questo modo, che cosa faremmo se ci venisse tolto il pane? Se ci mostriamo attaccati alle cose più piccole e meno importanti, di fronte a ciò che davvero minaccia la nostra sopravvivenza che cosa faremmo? La risposta è chiara: una tragedia ci spinge alla disperazione, talvolta al suicidio, ci fa tornare a essere delle bestie – oppure dei poveri agnellini in cerca di cibo. Ripeto: tutto ciò non è una colpa, non è un peccato. Ma non possiamo ignorare questa parte di noi.

Riconoscere la nostra “animalità” è il primo passo per praticare il non attaccamento

Il primo passo per praticare il non attaccamento è dunque quello di riconoscere il nostro lato “bestiale”, selvatico, oscuro. Ciò è assai difficile poiché siamo stati abituati a giudicarlo, a rifiutarlo, a proiettarlo sugli altri, a reprimerlo, a considerarlo fonte di vergogna. Non è un caso che quasi tutti i termini legati a questa parte di noi contengano un giudizio morale, una condanna implicita. Il linguaggio, in questo caso, è un ostacolo enorme a guardare dentro di noi. In più, la nostra educazione ha sottolineato la “cattiveria” di certe cose, la Chiesa le ha condannate come peccati o tentazioni diaboliche. Siamo stati condizionati enormemente a non guardare dentro di noi. E se anche proviamo a guardare, la lente distorcente del giudizio ci impedisce di vedere davvero. Non ammettiamo a nessuno, nemmeno a noi stessi, come uccideremmo quel tale che ci ha superato in coda.

Non possiamo rivelare che cosa pensiamo di quella persona che ci infastidisce. E non ammettiamo che quando siamo in preda alla rabbia vorremmo fare stragi, se solo non avessimo paura delle conseguenze e non fossimo frenati da una vocina che ci fa vergognare e sentire in colpa, ci impaurisce e tiene a bada i nostri impulsi primordiali. Non ammettiamo quali sogni erotici abbiamo. E nascondiamo tutti i pensieri di amarezza, odio, acredine che la nostra mente formula contro i nostri stessi cari, il nostro partner, i nostri figli. Se non partiamo dal riconoscere tutto ciò dentro di noi, come pensiamo di poter praticare il non attaccamento? Risulterà molto difficile. Infatti l’attaccamento è insito nella nostra identificazione con l’ego, la nostra parte animale.

Dall’animalità alla spiritualità: come praticare il non attaccamento

Una volta riconosciuta l’animalità che è in te, devi accettarla senza giudizio, smettere di proiettarla all’esterno, assumertene la responsabilità. Puoi fare questo solo se riscopri una dimensione più alta dentro di te e inizi a identificarti con essa. Finché pensi di essere un corpo con infiniti bisogni, impulsi e desideri, non puoi pensare di praticare il non attaccamento. Altrimenti esso potrebbe essere usato come una scusa dell’ego per nascondere più a fondo il tuo “lato oscuro” e poter giudicare ancora più rabbiosamente gli altri, dall’alto della tua scelta di vita riservata a “pochi eletti”. Devi connetterti con la tua dimensione spirituale. Ciò non significa fare complesse canalizzazioni o rituali. Semplicemente, devi per prima cosa riconoscere ciò che ti rende essere umano più di tutto.

Ciascuno di noi ride, pensa, ama (a suo modo), scherza, gioca, apprezza la bellezza, condivide, parla, esprime le sue opinioni. Tutte queste cose non sono certo “bestiali”. Riconnettersi con la propria parte spirituale significa focalizzarsi maggiormente su queste cose e farle crescere dentro di sé. Quindi, per praticare il non attaccamento è essenziale che coltivi il tuo sé spirituale, in modo da costruire una sorta di “nuova casa” che ti faccia sentire al sicuro e felice e ti permetta dunque di smettere di essere ossessionato dalla materialità, per poterti attaccare via via sempre meno alle “cose del mondo”. Non puoi pensare di praticare il non attaccamento senza avere almeno un minimo – dico un minimo – di propensione alla spiritualità! Altrimenti il tuo ego è abile a servirsi del non attaccamento per i suoi scopi.

Dal corpo allo spirito: scopri chi sei veramente

È fondamentale che tu scopra chi sei veramente al di là della forma fisica. Finché ti sentirai un corpo e una mente separati dal Tutto, non potrai fare molti progressi. È proprio l’identificazione con il corpo a perpetuare l’animalità, l’attaccamento, il materialismo. Per questo devi riscoprire la tua essenza divina e diventare tutt’uno con essa. Per fare ciò, puoi approfondire il mio articolo al riguardo. Idealmente, dovresti comunque avere un qualche accesso a una dimensione di pace e serenità dentro di te, un qualche barlume di amore e visione del cuore. Non importa quanto piccolo, ma è in ogni caso necessaria una almeno minima connessione con la tua parte trascendente: devi sentire che c’è qualcosa oltre la materia e concentrarti sul tuo spirito! Se senti o pensi che ci sia solo materia, praticare il non attaccamento servirà agli scopi del tuo ego e non riusciresti a ottenere alcun risultato sensato.

Questo punto è secondo me fondamentale per ogni questione spirituale: troppe persone oggi si avvicinano a pratiche solo per migliorare la loro vita esterna. Ciò non è un male di per sé, però è sempre fondamentale comprendere la ragione alla base delle nostre scelte. Non possiamo mentire a noi stessi: se il nostro obiettivo è meditare per essere più lucidi e intelligenti e guadagnare di più, ciò va benissimo, ma è importante che siamo consapevoli di ciò che guida le nostre scelte! Allo stesso modo, è assolutamente legittimo voler praticare il non attaccamento per trovare un po’ di sollievo dallo stress o vivere più serenamente, ma è in ogni caso indispensabile essere al corrente della motivazione delle nostre azioni e non nasconderla.

Perché vuoi praticare il non attaccamento?

È anche vero che spesso chi si avvicina alla spiritualità lo fa perché vuole trovare un’alternativa, e quindi è mosso dall’ego, e solo in alcuni casi il suo percorso diventa serio. In ogni caso, chiediti perché vuoi praticare il non attaccamento. Che cosa vuoi ottenere da ciò? Sii onesto con te stesso. Se non riesci a trovare una ragione sensata a ciò, non farne un problema. Magari stai solo leggendo questo articolo per caso, e va bene così! Ma se sei davvero intenzionato/a a praticare il non attaccamento come percorso spirituale e di crescita, questo è ottimo! Ti dirò di più: il non attaccamento non è tanto una pratica, quanto la conseguenza del diventare spirituali. Che cosa significa ciò?

Il non attaccamento è in verità una misura di quanto sei spirituale. Infatti la spiritualità è per definizione non attaccamento alle cose terrene, non nel senso di distacco e rifiuto, ma nel senso di trascendenza di queste in nome di una dimensione più alta. Semplicemente, quando sei “spirituale” tendi in maniera naturale a perdere interesse per le cose materiali, per i risultati delle tue azioni, per il giudizio degli altri. E lo fai perché sei connesso con qualcosa di molto più grande, soddisfacente e che ti rende molto più felice, gioioso e in armonia. A questo proposito, non ha molto senso cercare dei modi per ”allontanarsi dalle cose di questo mondo”, perché ciò è piuttosto il risultato di una trasformazione interiore profonda. Ciò non toglie che si possa comunque praticare la via del non attaccamento come mezzo di evoluzione spirituale!

Il non attaccamento è il fine a cui tendere, non il mezzo

Per prima cosa, è necessario sottolineare che l’attaccamento è il fine a cui tendere, non il mezzo. I mezzi sono le tecniche per giungere al non attaccamento. È un po’ come la meditazione: essa è uno stato dell’essere, mentre le tecniche meditative sono i mezzi che si propongono di portare alla realizzazione di tale stato. Quindi l’idea di praticare il non attaccamento è una semplificazione o addirittura una distorsione, che nasce dalla convinzione che il non attaccamento sia una qualche forma di pratica. In realtà, come dicevamo poco fa, il non attaccamento è una qualità dell’essere spirituali, è una “virtù” che si sviluppa di volta in volta sulla strada verso il ritorno all’Uno. Il non attaccamento non è qualcosa che fai, ma è qualcosa che sei, un modo di essere. Perché sto ripetendo ciò così tanto?

Perché voglio ricordare quanto sia importante tenere sempre in considerazione il fatto che la spiritualità non è un fare o un insieme di pratiche, ma un modo di essere nel mondo. Da ciò ne consegue che più sei seriamente impegnato su un cammino di crescita e più diventi realmente spirituale (e cioè non sei una persona che si identifica con l’etichetta di “spirituale”, ma vivi in accordo con la vera spiritualità), meno attaccato sarai alle “cose del mondo”. Voglio cioè dire che se hai compiuto un qualunque percorso spirituale serio, hai già fatto l’80% del lavoro per “raggiungere” il non attaccamento. Le tecniche che servono nello specifico per “praticare” il non attaccamento funzionano solo se applicate all’interno di un cammino più ampio, e in questo modo rafforzano il processo di evoluzione.

Come praticare il non attaccamento: le tecniche

Detto questo, ci sono delle tecniche o dei modi per praticare il non attaccamento? Sì, la pratica più importante è il Karma Yoga. Esso consiste nello svolgere le attività della giornata rifiutando di attribuirsi il merito di averle fatte e di rivendicare i frutti delle proprie azioni, che sono offerti a Dio. Un’attività svolta senza attaccamento è un servizio, poiché è svolta senza il gravame dell’ego. Tale attività risulta molto più creativa, meno meccanica, impregnata di una qualità divina, senza il filtro inquinante di un ego separato. È chiaro, come avrai già capito, che per svolgere un’attività di questo tipo devi già precedentemente aver lavorato per disfare il tuo ego.

Ecco perché ho insistito nel sottolineare come l’80% del lavoro dipenda da un percorso spirituale già intrapreso. Puoi anche decidere di intraprendere solo la via del Karma Yoga, ma in tal caso dovrai assicurarti di badare a numerose grandi e piccole cose che potrebbero ostacolare il tuo sentiero. Praticare il non attaccamento svincolato da qualsiasi altro percorso è sicuramente possibile, ma per nulla facile. Ad esempio, è bene innanzitutto sapere che cosa sia l’ego e come si comporti, quali sono i suoi meccanismi di funzionamento e i suoi punti di forza e di vulnerabilità. Che cosa significa infatti agire senza ego nella pratica?

Significa letteralmente dimenticarsi di sé (del piccolo sé), dei suoi bisogni, obiettivi e desideri, resistenze e interpretazioni. E ti renderai conto che per fare una cosa del genere è necessaria una certa consapevolezza di come l’ego tenda ad appropriarsi dei frutti delle azioni. Ti può essere utile sapere che in realtà non è mai il tuo ego a compiere un’azione poiché esso è un’identità illusoria. È sempre e solo la Vita stessa ad agire, soltanto che l’ego si attribuisce il merito e afferma di essere lui l’artefice.

Come seguire al meglio la via del non attaccamento

Per seguire al meglio la via del non attaccamento, puoi scegliere un simbolo al quale offrire i risultati delle tue azioni. Puoi scegliere Dio, la Vita, l’Amore o qualunque altro segno che consideri essere degno di ricevere la tua “offerta”. Per capire se stai agendo o meno con l’ego, basta che guardi alla tua esperienza diretta: se c’è tensione, stress, ansia, agitazione, paura oppure orgoglio, soddisfazione personale e senso di grandezza in ciò che fai, significa che alla base delle tue attività c’è l’ego. Se invece non c’è negatività, ma al contrario sperimenti entusiasmo, passione, gioia e leggerezza, entri nel flow e ti senti tutt’uno con ciò che stai facendo, allora stai agendo senza ego. Infatti l’ego è contrario alla vita, per cui quando sei in sua balia, soffri perché stai resistendo alla realtà.

Quando invece metti da parte l’ego, sei libero dalla sofferenza perché smetti di resistere, di interporre qualcosa che non c’è. L’ego, infatti, non esiste, e ci vuole un enorme sforzo e tantissima tensione per dargli potere e mantenerlo apparentemente vivo. A farti soffrire è proprio il tuo ego, quindi se sei in pace e non senti attrito mentre fai qualcosa, stai applicando il non attaccamento, sei nel momento presente e sei libero dalla sofferenza. Ogni volta che senti tensioni (anche fisiche), frenesia, frustrazione, impazienza, puoi star certo che in qualche modo stai tenendo vivo l’ego. Inoltre, un’azione priva di attaccamento è svolta rimanendo pienamente nel presente, per cui la tua attività non può essere vista come un mezzo per un fine, un ostacolo da eliminare per raggiungere qualcosa nel futuro.

Accorgimenti per praticare il non attaccamento

Dopodiché, un lavoro compiuto senza attaccamento ti lascia leggero, soddisfatto (non da un punto di vista personale, ma completo e in pace), sereno e senza pensieri. Tale lavoro è compiuto senza sforzo, accade in maniera naturale e spontanea, viene da sé, come per mano di Dio. Quindi, una misura della tua riuscita nella pratica del non attaccamento è valutare quanto sforzo c’è nelle tue azioni o, viceversa, quanto esse fluiscono spontaneamente attraverso di te invece che a causa tua. Tu sei un mezzo tramite il quale si manifesta la volontà di Dio, non c’è nessun Io separato che fa le cose! Realizzare questo ti può davvero aiutare: se infatti tu non devi fare altro che “farti canale” di una volontà superiore, puoi rilassarti, smettere di preoccuparti e di essere ossessionato e impaurito.

In ogni caso, non puoi controllare i risultati delle tue azioni: al limite, il tuo ego contribuisce a peggiorare i risultati. Infatti quando vuoi a tutti i costi raggiungere un certo risultato o hai paura di non ottenerlo, rischi di sabotare i tuoi sforzi e di ottenere il contrario di ciò che desideri. Non puoi manipolare la realtà. D’altra parte, quando sei tutt’uno con ciò che fai, può fluire la creatività, sei rilassato e quindi molto più efficiente, puoi seguire il flusso e sei in armonia con il momento presente. E ciò è benefico sia per la tua produttività che per la tua salute. Quindi, in realtà non c’è alcun motivo per desiderare di raggiungere qualcosa. Anche perché nessun risultato potrà darti la felicità: infatti l’ego per sua natura cerca senza mai trovare.

Ultimi consigli preziosi per agire senza ego

Un modo efficace per fare qualcosa senza attaccamento è il servizio al prossimo tramite il volontariato. Ma in ogni caso non è importante ciò che fai, quanto la motivazione alla base delle tue azioni. Chiediti sempre che cosa ti spinge a fare qualcosa: potresti fare del volontariato eppure farlo per rafforzare la tua identità di persona buona e altruista. Stai attento al bisogno di riconoscimento, al desiderio di potere e di successo. Molte azioni inoltre sono motivate dalla colpa: non è detto che aiutare una persona bisognosa sia veramente un’azione priva di ego, se ci sentiamo obbligati a farlo da un senso di colpa. Altre azioni sono motivate dalla paura. Alcune semplicemente dall’orgoglio, poiché facendo alcune cose ci sentiamo “realizzati”, possiamo dire che siamo bravi e capaci. Molte azioni vengono compiute in risposta a ossessioni della mente: preoccupazioni per la salute e per la propria identità.

Non devi improvvisamente smettere di fare ciò che fai, ma piuttosto scegliere una motivazione diversa e smettere di inseguire ossessivamente obiettivi futuri. L’unica ricompensa che puoi avere infatti è la gioia del momento presente: ogni altra cosa è solamente un’idea nella mente per perpetuare la separazione. Ciò, come ripeto sempre, non significa smettere di avere obiettivi o piani per il futuro, quanto non trascurare di vivere nel presente in nome di un futuro immaginato soltanto nella testa. Un altro esercizio utile può essere chiederti quali sono le cose che se ti venissero portate via ti farebbero impazzire. Più sei attaccato a una cosa, più soffriresti nel caso in cui la perdessi. Ricorda sempre che alla fine la morte ti separerà da tutto, compreso il tuo corpo, per cui non ha senso crearti qualunque idolo!

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Come smettere di avere problemi

come smettere di avere problemi

Come smettere di avere problemi? Ma innanzitutto è possibile non avere problemi? Assolutamente sì. E ti dirò di più: è possibile trasformare i propri problemi in eventi miracolosi. Potrebbe sembrarti che sto esagerando, ma in realtà è perfettamente possibile eliminare le difficoltà e addirittura usarle come materiale per il tuo sviluppo. Innanzitutto c’è da chiarire una cosa: il tuo obiettivo non è rimuovere le difficoltà esterne. Se il tuo intento è questo, mi dispiace ma ti dovrò deludere. Se invece vuoi risolvere il tuo rapporto con i problemi in maniera definitiva, questo articolo fa per te.

In questo articolo ti spiegherò:

  • perché i tuoi problemi non esistono eppure ne sei perseguitato;
  • come cambiare atteggiamento in modo da non avere più problemi;
  • come trasformare i problemi in opportunità.

I tuoi problemi sono fantasmi

I tuoi problemi sono fantasmi: questa è l’ultima cosa che vorrebbe sentirsi dire un disoccupato depresso e in balia della propria situazione insopportabile. Eppure, se ci pensi bene, che cosa sono i problemi? Si possono toccare, annusare o vedere? Evidentemente no. Infatti i problemi esistono soltanto all’interno della tua mente, e sono racchiusi e inscatolati in essa. Eppure hanno un’enorme influenza su di te e sono spesso in grado di rovinarti l’umore e la salute o persino l’intera esistenza. Perché succede questo? Essenzialmente, tu credi alla tua mente e in questo modo i problemi diventano reali. Ma che cosa vuol dire che i problemi non esistono? Per evitare fraintendimenti continua a leggere.

Perché i tuoi problemi non esistono eppure ne sei perseguitato

I problemi nascono dalle tue interpretazioni della realtà. Tali interpretazioni sono filtrate da una “lente” che indossi inconsapevolmente e che ti porta a giudicare un determinato evento in un certo modo. Questa lente è un vero e proprio filtro, che utilizzi continuamente e che ti impedisce di avere accesso diretto alla realtà. In pratica, è come se tenessi sempre addosso degli occhiali che ti fanno apparire il mondo in un certo modo. Questa lente è influenzata dal tuo passato personale, dai condizionamenti sociali, famigliari e culturali, dalle tue credenze e convinzioni. In base a questa lente, hai determinate idee riguardo il successo e il fallimento, la felicità e l’insoddisfazione, il giusto e lo sbagliato. Ma soprattutto, interpreti una rottura, una separazione, un licenziamento come un colpo basso.

I tuoi problemi, inoltre, nascono dall’attaccamento. Se sei attaccato al tuo corpo, una ferita è una minaccia; se sei attaccato al denaro, un furto è inaccettabile; infine, se sei attaccato al tuo partner, un tradimento è doloroso. L’attaccamento è la sostanza che costituisce la base della tua lente, e influenza il modo in cui giudicherai il mondo. Senza attaccamento, al contrario, qualunque evento è neutro. Se non sei geloso, un tradimento non è più un grosso problema; se non ti senti proprietario dei tuoi soldi, essere derubato non ti farà uscire fuori di testa. Potresti dire che è ovvio che hai degli attaccamenti e che sarebbe impensabile non averli. In realtà, per quanto fino ad un certo punto ciò sia normale, a che cosa serve la vita se non a liberarsi da questi attaccamenti per crescere e sviluppare una consapevolezza superiore? Evolversi significa superare gli attaccamenti!

La via del non attaccamento: come smettere di avere problemi seguendo questa strada

In breve, avrai problemi finché sarai attaccato a qualcosa o a qualcuno. Quando superi l’attaccamento, qualunque cosa non può più rappresentare una difficoltà! Ma come puoi smettere di essere attaccato alle cose? Ecco i passi per seguire la via del non attaccamento:

  1. Chiediti a che cosa sei più attaccato. Non cercare di rispondere subito. Piuttosto, rimani con il punto interrogativo e aspetta che la risposta arrivi da sé. In particolare, durante la giornata, inizia a notare le tensioni, le emozioni negative e le ansie che provi. Esse potrebbero essere il segnale di un attaccamento eccessivo. La gelosia, l’apprensione e il desiderio di possesso indicano che devi lavorare su degli attaccamenti.
  2. Lavora sugli attaccamenti. Semplicemente, sviluppa il proposito di essere meno legato a qualcosa o a qualcuno. Dopodiché, il “problema” non tarderà ad arrivare. Quello che tu chiami un problema è, al contrario, una sfida con cui la vita ti spinge a liberarti da un attaccamento, per cui sta a te cogliere le opportunità al volo. Le occasioni per lavorare sugli attaccamenti sono numerosissime: peccato che normalmente tu le veda come problemi e tenda a rifuggirle!
  • 3. Riconosci i meccanismi automatici con cui il tuo corpo e la tua mente creano resistenza e sofferenza quando i “problemi” si presentano. Il vero problema, se vuoi, non è il fatto esterno in sé, ma il tuo atteggiamento di conflitto con la realtà. Attaccarsi a qualcosa vuol dire combattere contro il flusso della realtà e negare la temporaneità delle cose per costruire una realtà malsana. Purtroppo, però, tutto questo è considerato normale.
  • 4. Realizza di non aver bisogno di niente. Gli attaccamenti derivano anche dall’abitudine e dalla credenza di considerare che abbiamo bisogno di qualcosa per essere felici. In particolare, tendiamo a voler imporre le nostre aspettative sul mondo in base alla nostra esigenza di controllo.

La via della responsabilità: come smettere di avere problemi in definitiva

Se lavorare sugli attaccamenti può sembrarti difficile e incontri troppe resistenze, puoi ricorrere ad una via più soft (ma non per questo facile!) per smettere di avere problemi. Puoi seguire la via della responsabilità. In pratica, essa consiste in un rovesciamento del paradigma ordinario, in base al quale tu subisci un problema e per risolverlo devi rimuovere la causa esterna. Questo atteggiamento è quello della vittima ed è tanto diffuso quanto distruttivo. Il nuovo paradigma che puoi adottare consiste nell’assumerti la responsabilità dei problemi e del modo in cui li risolverai. Che cosa significa? Significa che:

  • Dovrai iniziare a sentirti responsabile di tutto ciò che ti accade, che sia piacevole o spiacevole (mi avevi detto che era una strada più soft!). Potresti credere che questa mentalità sia una condanna a morte. In realtà, è l’unica strada per la libertà. Dopotutto, finché subisci passivamente i problemi, come pensi di poterli risolvere? Ripetiti, per quanto all’inizio possa essere doloroso, che sei tu a causarti ciò che ti capita (pur inconsapevolmente) e sei tu l’unico/a a poterne rispondere.
  • Dovrai sentirti responsabile delle tue azioni e risposte e smettere di reagire meccanicamente agli impulsi e agli avvenimenti esterni. Crea uno spazio tra te e lo stimolo: finché sarai meccanico e agirai in preda alle emozioni e alle reazioni istintive, continuerai ad essere oppresso dai problemi.

Come puoi smettere di avere problemi con la via della responsabilità?

Quando ti assumi la responsabilità, accade che diventi il protagonista della tua vita e il creatore degli eventi attorno a te. Infatti non è vero che tutto avviene per caso e non è vero che tu sei la vittima di un destino malvagio. Al contrario, ogni evento ha un suo preciso perché e questo lo puoi realizzare nella tua quotidianità, purché aumenti la tua consapevolezza e sia disposto ad aprire gli occhi. Assumendoti la responsabilità, ti si apre davanti un mondo completamente diverso. Che cosa vuol dire seguire la vita della responsabilità nella pratica? Significa:

  • Smettere di lamentarti. Lamentarsi vuol dire scaricare sugli altri la responsabilità. Inoltre è un enorme spreco di energia.
  • Smettere di giudicare. Il giudizio ti rovina letteralmente la vita e non differisce molto dalla lamentela. Quando giudichi qualcun altro, stai condannando una parte di te che non accetti, e ancora una volta stai sfuggendo alla responsabilità di cambiare.
  • Diventare creatore. Ciò implica che dovrai scegliere in prima persona come agire senza delegare a nessuno la responsabilità e senza dipendere da nessuno.

La via della responsabilità è strettamente collegata alla prossima via di cui ti parlerò nel prossimo paragrafo.

La via delle opportunità

Diventare responsabili è il presupposto per intraprendere un’altra strada: la via delle opportunità. In che cosa consiste? Consiste nel trasformare i problemi nel loro “corrispondente superiore”, ovvero in opportunità. Questa strada implica un ulteriore rovesciamento di prospettiva, poiché comporta un ampliamento di visione. In particolare, richiede che tu ti distacchi dai tuoi problemi, facendo un passo indietro fondamentale che ti consenta di creare una distanza. Per creare questa distanza hai bisogno di coraggio e creatività. Ma fatto questo passo, puoi ottenere la freddezza e la lucidità necessarie per vedere i tuoi problemi diversamente.

Nella pratica, devi chiederti in che modo una determinata difficoltà potrebbe contribuire ad aumentare la tua consapevolezza o farti crescere. Dopotutto, i problemi sono le uniche sfide che la vita ti mette davanti per maturare. Senza di essi, non trovi che la vita sarebbe monotona e ripetitiva? Qual è lo scopo della vita, se non evolversi affrontando i problemi? Se tu riesci a trasformare il tutto in una sfida per la tua crescita o addirittura in un gioco, ti si spalancherà un mondo completamente diverso e migliore. Inizia ad essere grato per i tuoi stessi problemi, poiché è grazie ad essi che potrai diventare la migliore versione di te stesso. Ti assicuro che per quanto ora potresti vedere tutto nero, se avrai il coraggio di trasformare i tuoi problemi in una sfida, non rimpiangerai di averlo fatto!

Come smettere di avere problemi integrando le tre vie

Abbiamo parlato di tre vie per smettere di avere problemi:

  • la via del non attaccamento
  • la via della responsabilità
  • via delle opportunità

Queste tre strade sono in realtà strettamente interconnesse tra loro. Integrandole insieme, potrai ottenere dei benefici inimmaginabili. Per iniziare, ti consiglio di mettere in discussione i tuoi schemi di pensiero e le tue interpretazioni ricorrenti della realtà. Chiediti: “Non è che la mia lente è difettosa e non riesco a vedere la realtà per quella che è?” “Io vedo solo problemi, ma potrebbe darsi che la mia interpretazione è errata o parziale?”. Per questo è fondamentale l’osservazione. L’osservazione riassume tutte le tre vie e ne è l’inizio e il compimento, la base e il termine. Osserva i tuoi attaccamenti, i tuoi atteggiamenti da vittima e la tua tendenza automatica a vedere i problemi come difficoltà insormontabili anziché come sfide.

Osserva il modo in cui la tua macchina biologica ti porta a reagire meccanicamente, ad attaccarti agli oggetti e a farti soffocare dagli eventi. Solo in questo modo potrai seguire efficacemente le tre vie, diventando distaccato, responsabile, creatore. Nutri fiducia nel fatto che ciascun tuo problema contiene in sé un enorme potenziale per il tuo sviluppo. Magari ora non lo vedi, ma ciò che chiami problemi non sono che occasioni per liberarti dai tuoi attaccamenti, diventare creatore e responsabile, per dare vita ad ulteriori opportunità. Grazie per la lettura! Iscriviti alla newsletter per rimanere aggiornato!

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